di Luigi Scardigli

SI HA CONTINUAMENTE l’impressione di averla già sentita. Altrove, però. La voce è rischiosissima, da pelle d’oca; il corpo sfugge alle telecamere, il viso distrae, meno quei pochi tatuaggi sul braccio destro; un po’ di più, quello piccolo, sul polso sinistro. Il web la segue con cura meticolosa; qualcuno ha scommesso su di lei, le sta curando l’immagine in modo eccellente. E ha fatto bene. Serena Brancale, così giovane, è già un portento. Il grande pubblico, quello che è disposto a bere praticamente tutto, anche la pipì, se filtrata dal tubo catodico, ha già avuto modo di vederla, a Sanremo, qualche anno fa. All’Ariston si presentò con Galleggiare, piccola dispensa delle sue straordinarie e poliedriche disponibilità vocali. Può tutto, Serena Brancale, giovanissima cantautrice pugliese, anche tacere: le suona il profilo, le cantano gli occhi, gode di movimenti ritmati che sono timbrici. Quando inizia a cantare, spiazza chi l’ascolta: non te l’aspetti. Perché scende negli abissi, in apnea, ma come se avesse da qualche parte le bombole d’ossigeno nascoste.
Si soffre, a sentirla, perché ti fa voltare il viso dove non vorresti guardare. Spesso si accompagna da sola, con le nuove alchimie synt: ha studiato il violino e suona la batteria, elettronica, strumenti ai quali è stata accostata per vizio di famiglia. Poi, però, si è accorta della voce, della sua voce e soprattutto non ha più potuto stare zitta. Ne parlo con tanto entusiasmo senza averla mai vista, pensate; l’ho incrociata sul web, contenitore ancor più maleodorante della televisione, che talvolta, però, come con Serena Brancale, distribuisce perle. E l’ho cercata, trovandola, per fortuna. Parla pochissimo, almeno al telefono, ma forse perché la voce le serve per cantare, giustamente. Dice, Serena, che canta soul, dopo aver fatto incetta dei mostri sacri degli anni '80: da Anita Baker a Al Jarreau; mi permetto di obbiettare: canta quel che vuole, Serena Brancale e lo fa con una raffinatezza meravigliosa. Ascoltate - su Youtube, è facile -, la rivisitazione di Albachiara (sottotitolata Russi come Bud Spencer); è ancor più coraggiosa di quanto non abbia fatto un’altra straordinaria interprete, Chiara Civello, con Va bene così, sempre di Vasco Rossi. Poi, sulle varie finestre che stanno alla destra del vostro monitor e che vi snocciolano quello che di Serena Brancale si può già scaricare, andate a sentirvi Soula: un canto di ringraziamento destrutturato a chi le ha suggerito la musica. PaPriKa non è da meno; Il gusto delle cose, oltre a esaltarne il diaframma, mette in risalto l’angolo ironico della sua bellezza, spesso imbarazzante. I video che accompagnano le sue interpretazioni sono tutti, indistintamente, ricercatissimi; nulla succede a caso. Ma non potrebbe essere altrimenti, con quel filo di voce che arriva diritto dove volete esssere colpiti. In Puglia è un’istituzione, ma se da Foggia a Taranto, passando da Bari, Brindisi e Lecce, si fossero accorti delle loro risorse, l’Ilva non sarebbe mai nata. È stata ospite di Webnotte, a Repubblica; Mario Biondi non la perde d’occhio, così come la corrente brasiliana, vista la sua innata dimestichezza alla rimodulazione. Gira l'Italia in largo e in lungo; prossimamente in Svizzera, poi nei vari clubs, per chi ha voglia di lasciarsi sedurre dall'arte, che coincide anche con la sua musica, con le sue posie, che non sono a caccia di rime, che non sono alla ricerca del tempo perduto. Sta curando un video, in questo periodo, Serena Brancale, prologo al nuovo disco che uscirà, sempre a breve. Ad accompagnarla in questa meravigliosa esperienza tre strumentisti che masticano jazz e suol, senza dimenticare la bossanova: Alfonso Deidda, Domenico Sanna e Dario Panza, fiati, tastiere e batteria. Mi scuso pubblicamente con Serena Brancale per essermi accorto solo ora di lei. A quelli che non è chiesto di scriverne, consiglio di farsi perdonare ascoltandola.
