di Luigi Scardigli

PRATO. Ognuno è artefice del proprio destino: ogni cantautore veicola il proprio pubblico. Quello di Dario Brunori è falsamente trasversale. Falsamente perché nonostante raccolga, a pieno merito, aggiungiamo immediatamente, due generazioni e mezzo di spettatori, fanno tutti parte, questi ultimi, della stessa identica estrazione sociale. Anche ieri sera, a Prato, in piazza del Duomo, per il primo appuntamento del Settembre pratese (primo per forza, ieri era il 31 agosto!), anche se l’organizzazione non ha potuto registrare sold out come capita puntualmente con il dottore commercialista calabrese (tra l’altro impossibile, in una piazza), la serata, minacciata ma esentata dalla pioggia, è stata come meglio l’artista cosentino non se la sarebbe potuta immaginare. Le sue canzoni, quelle contenute nei quattro album finora sfornati, con intervalli regolari di tempo che esaltano, fino a esasperare, il suo provvido metodismo, i bravi ragazzi e le brave ragazze di piazza del Duomo le sapevano tutte a memoria.
Non sono banali, ma nemmeno difficili da imparare: Brunori Sas, ribattezzatosi con il nome della ditta edile familiare, quella che gli ha consentito di andarsi a laureare in economia e commercio in quel di Siena dalla lontana Cosenza, dove è nato, per poi di intraprendere la strada dei suoi sogni, fare l’artista, canta la vita e i suoi naturali risvolti; lo fa egregiamente, soprattutto da un punto di vista strumentale, visto e considerato che con il trascorrere del tempo, dei concerti e della notorietà, le sue registrazioni vanno implementando, puntualmente, angolazioni acustiche sempre più calzanti, senza mai sbalordire. Dario Brunori è un bravo ragazzo, ma non un santo; la sua musica e i suoi testi sono universalmente piacevoli, senza mai sconvolgere; anche l’aspetto fisico, forse per l’imprinting universitario, lo fa somigliare più a un bancario, che a un profeta; è simpatico, ma non fa morire da ridere; è intelligente, ma non geniale. Dario Brunori, o Brunori Sas (il nome d’arte è oggettivamente simpatico, come il resto della vita che sta vivendo), è il figlio che parecchie coppie di genitori vorrebbero veder crescere in casa; è il ragazzo che parecchie mamme vorrebbero che la figlia presentasse loro come il fidanzato. Anche le sue storie sono le storie di tutti i giorni, nelle quali è impossibile non riconoscersi, a patto che non si sogni troppo spesso a occhi aperti o che non si soffra frustrazioni e fallimenti ingiustificabili. La musica di Brunori Sas si identifica perfettamente con il suo pubblico, che è quello targato hipster e ieri sera, in piazza del Duomo, a Prato, c’erano solo loro. Tutti disinibiti, liberi, lontani dagli schemi, dai cliché, dalle divise; una gioventù carina, con i visi acqua e sapone, senza tatuaggi in vista (dubitiamo ne abbiano nelle zone intime); abbronzati, certo, ma con moderazione, bravi ragazzi che stanno terminando la specialistica e che presto erediteranno, senza colloqui, invio di curricula, attese snervanti, le aziende familiari. A meno che, come Dario Brunori, anche loro non vogliano diventare degli artisti. Sas, naturalmente.
