
SANTOMATO (PT). La longevità, nel mondo dell’arte, si sa, non è un’eccezione, ma la regola. E non occorre disturbare la memoria per dimostrare come e quanti anzianotti, per non dire vecchietti, calchino ancora, con successo, e per nulla patetico, i palcoscenici, i set cinematografici, gli studi televisivi. Beh, potreste obiettare: a fare la vita dell’artista (a non fare un cazzo) è facile conservarsi a lungo e in salute. Vero, ma questo discorso può essere abbinato e applicato alla stragrande maggioranza dei personaggi dello show, meno che a lui: Giuseppe Scotto Di Carlo (11 ottobre 1949), da Monte di Procida, a due passi da Bacoli, nell’hinterland di Napoli, più noto, anzi, solo così conosciuto, come Pino Scotto. Un rockettaro puro, vero, che non ha mai sottoscritto un vincolo, un ricatto, nemmen tacito, un compromesso. Si è spaccato il culo trentacinque anni a lavorare in fabbrica e una volta giunto all’età della pensione, ha dato libero sfogo alla sua grande passione, che non ha mai smesso di coltivare, curare, impreziosire durante i giorni, lunghissimi, alla catena di montaggio: la musica.

Dovremmo e potremmo parlare di molte cose che riguardano Pino Scotto, soprattutto, perché ieri sera era con la sua band a Santomato, alle porte di Pistoia, per un altro eccellente Santomato live, per inaugurare il nuovo tour - Eye for an eye - che lo porterà in giro a promuovere l’ultima fatica discografica, che uscirà in tutti i centri autorizzati tra poco meno di due settimane, il prossimo 20 aprile, per la precisione. Dovremmo e potremmo parlare del suo rock and roll, dai Vanadium ai Pulsar, passando per i Fire Trails e delle varie branche che in quarant’anni di musica ha avuto il piacere di abbracciare, dal metallo all’heavy, scimmiottando i Deep Purple e fregiandosi di alcune primizie, come quella di essere stato membro della prima registrazione live (1985 - Live on streets of danger) di una metal band, senza dimenticare le migliaia di copie dei dischi venduti, frutto di intransigenza musicale e politica pure, genuine, schiette, quelle che non devono dire grazie proprio a nessuno. Dovremmo e potremmo parlare anche della sua irriverenza istituzionale, del disprezzo che nutre, in modo particolarmente colorito, dei politici, soprattutto quelli collusi con le mafie, ma anche dei colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende la sera, per un po’ di milioni (cit. Francesco Guccini), per le sue recenti simpatie, manifeste e manifestate, verso il Movimento 5 Stelle. Dovremmo e potremmo parlare delle sue apparizioni televisive, nelle quali non le manda a dire a nessuno, accollandosi ogni sorta di responsabilità emotiva, linguistica e morale. Dovremmo e potremmo parlare, in modo specifico e dettagliato, perché lo merita, della serata, sotto il segno, intransigente, del rock puro, nel suo complesso, a Santomato, aperta dai Silver Horses (con la voce, metallicissima, di Andrea Ranfa Ranfagni, accompagnato dalla chitarra di Gianluca Galli, dal basso di Andrea Castelli e dalla batteria di Matteo Bona Bonini) e lanciata in orbita da Eye for an eye tour, della Pino Scotto band, di questo quasi settantenne napoletano ormai naturalizzato milanese. Saltiamo a piè pari tutti i convenevoli musicali e chiudiamo questo racconto (è decisamente tardi e appena l’architetto Letizia Mugri ci invia le foto – bellissime -, mandiamo in rete e pubblichiamo) ringraziando, pubblicamente, Pino Scotto, del quale non abbiamo un solo Cd e che probabilmente non andremmo ad ascoltare mai, ma che ci rende particolarmente felici al pensiero che qualcuno, in giro, suoni quel che crede e non quel che gli altri vorrebbero ascoltare e che quando si trova al perso, ha sempre una via privilegiata e costruita nel tempo di fuga, quella di poter mandare il mondo in culo. E farlo.
