
PISTOIA. La Napoli della musica era già stata traghettata, quando gli Almamegretta, allora senza la voce tormentata di Gennaro Della Volpe (Rais, poi Raiss, dunque, Raiz), si presentarono sulla scena musicale italiana. A disarcionare la colonna sonora partenopea, la tarantella, per sostituirla con i testi impegnati e una musica che avrebbe poi fatto storia, anzi, leggenda, ci avevano già pensato Napoli Centrale, i fratelli Bennato e soprattutto lui, Pino Daniele, che era riuscito, con un tocco di bacchetta, a catapultare il fascino della commedia vesuviana vestendola con il sound della world music. Era il 1988 quando la nuova band napoletana, che faceva i conti, inevitabili, con il dub, con il rock e con la necessità, geopolitica, di affrancarsi dai luoghi comuni che avevano da sempre dipinto la città del Vesuvio, si presentò al pubblico, rivendicando un posto non certo secondario all’attenzione nazionale. Si ritagliarono una nicchia importante e hanno saputo conservarla, nonostante le trasformazioni, dalle origini, siano state parecchie.
Ieri sera, a Santomato, alle propaggini est di Pistoia, sotto l'egida benefattrice di Pistoia Blues, Santomato Live, l’ultimo assemblaggio sonoro degli Almamegretta si è presentato in grande spolvero per battezzare il nuovo tour – in dub box - che porterà la band in lungo e in largo per l’Italia a capire se anche l’ennesimo camaleontismo strumentale e poetico non abbia fatto storcere il naso a nessuno dei numerosissimi fans. E se Pistoia è un banco di prova attendibile, si può serenamente concludere che agli Almamegretta, il mercato e il gradimento, garantiscono ancora lunga vita. Salone pieno, nel locale di musica dal vivo più apprezzato dell’Italia Centrale, ieri sera. Prima degli Alma, a indirizzare il pubblico che conosceva perfettamente la strada senza aver bisogno di tom tom, né di indicazioni, ci ha provato Emenèl, con la sua produzione di musica riassunta in un equalizzatore; operazione, tutto sommato riuscita, perché quando sono saliti sul palco, quelli che restano degli Almamegretta, la folla, fino a quel momento ordinatamente disposta a semicerchio lungo l’area occupata dai tavolini, si è riversata, senza vandalismo alcuno, sotto il palco, diviso dalla fly zone, da innocenti transenne, che ben poco avrebbero potuto in caso di insurrezione, anche se, occorre specificarlo, da qualche tempo, a controllare la calma a Santomato, c’è Silvano Martini, uno che sui curricula della sicurezza, vanta brillanti opere di controsommossa. Ma veniamo a Gomorra, o al colonnello Kurtz, se credete, il nostro Raiz, tanto per intenderci. Dal 1991 a oggi, dall’anno della sua imponente apparizione nel gruppo, si è, virtualmente, conservato tale e quale, a cominciare dalla scelta idiomatica delle sue canzoni, che sono litanie apocrife napoletane, con movenze dub, sussurrate in reggae e cantate in arabo, un mix epocale e generazionale che lo elegge – premio Tenco docet – uno degli autori/artisti più globalizzati del pianeta. A dare uno spiccato senso jam all’esibizione, un guest di vera e propria reincarnazione giamaicana, Mc Brother Culture, che ha spudoratamente ricordato a tutti, tanto nell’ondeggiamento, quanto nel diaframma, il capostipite Bob Marley. Il pubblico, quel pubblico nostalgico della saga Sanacore, e quello più giovane, attratto dalla ferrea e inesplicabile coerenza del bodyguard napoletano, icona gay, ha gradito, parecchio, la nuova avventura degli Almamegretta, sottolineando, con un crescendo empatico di gradevolezza e ritmo, l’ultima, ma solo in ordine di tempo, stagione musicale della formazione. In fondo al salone, durante la serata, a degustare una bevanda, rigorosamente analcolica, il direttore artistico, Tony De Angelis, (in)consapevole di aver allestito una gran bella storia musicale.
