di Raffaele Ferro

PISTOIA. La flemma del serio e saggio allenatore di una squadra di calcio; la precisa maestria di un intagliatore; la sicura attitudine alle dosi di un bravo chimico: maestro della chitarra e compositore di calibro indiscusso. Ecco cosa Hackett (al secolo Stephen Richard Hackett, detto Steve, nato a Londra, classe 1950, chitarrista, dal '71 al '77, della storica band inglese Genesis) sa fare. Ha cantato anche, ieri sera, solo per un paio di brani, cedendo poi il difficile compito di eseguire canzoni dei Genesis - le più vecchie e famose - a Nat Sylvan. Questo senza far rimpiangere troppo Peter Gabriel e Phil Collins, che sostituì Gabriel alla voce dal '75, quando già suonava la batteria con i Genesis dal '71 (prendendo posto sullo sgabello occupato dai predecessori Rob Tyrell, Chris Stewart, John Mayew). Ma questa è storia. Troppa storia.

Sul palco c'è stato certo, quello che si dice, un pezzo di storia della musica. Ma la storia non esiste, per chi ama la musica. Esiste la nostalgia del sogno, o il sogno nostalgico di vecchi vinili e copertine di album lise e sbertucciate. Progressive Rock, si didascalizza. L'oggi, invece, in piazza del Duomo, a Pistoia, è risuonato denso e avvolgente. Una band fenomenale: Roger King alle tastiere, Gary O'Toole alla batteria, Rob Townsend al sax, flauto e percussioni, Jonas Reingold al basso e il già citato Nad Sylvan alla voce solista. Lui è entrato in scena dopo qualche pezzo, camicia bianca con maniche a sbuffo, stile elisabettiano, da folletto o da valletto, come preferite, riproponendo ermeticamente le storiche mascherature e funamboliche trasformazioni di scena del grande Peter Gabriel. La prima parte è stata quella di Hackett dal suo repertorio da solista; le recenti Everyday, cavalcata leggera e solare ancora al sapor Genesis; Behind the smoke, ballata oscura; In the Skeleton Gallery, archi e melodie arabeggianti. E poi, Selling england by the pound: viene la pelle d'oca. Occhi chiusi e la platea canta. Il pubblico si alza, plaude in standing ovation. First of Fift nell'introduzione di piano che suona come una ninna nanna per molti di noi che l'hanno ascoltata da bambini. One for the vine (e Hackett complimenta il vino e il clima dell' Italia) sempre dei Genesis. Impeccabile lui, con la sua Gibson Les Paul color oro, allegri e scanzonati gli altri musicisti, autoironici e agghindati, con classe, giacca nera camicia e cravatta il batterista, blusa da militare settecentesco il flautista, t shirt nera e gilet nero il maestro-Hackett; sorrisi e incitazioni a battere le mani. Tutto sommato è stata una serata allegra, seria e commossa solo nella devozione e nell'amore per i Genesis, va detto, da parte del pubblico che ha applaudito, (e quanto!) per reclamare un bis dopo una lunghissima piece. Poi, i saluti, in cinque, in linea come a teatro, con Steve Hackett al centro, con inchino e ringraziamenti, per la loro ultima data di questo tour italiano.

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