
PORRETTA (BO). Coincidenze? Probabilmente sì, perché non possiamo immaginare tanta sottigliezza. Ma seppur possa e probabilmente debba ascriversi alla semplice casualità, non possiamo esentarci dal fare una piccola considerazione. Ventisei anni fa, il 19 luglio 1992, alcuni uomini di merda (si dice così, parlando dei mafiosi, giusto?), fecero saltare in aria Paolo Borsellino e la sua scorta, trafugando, con l’aiuto dei servizi deviati (che abbondano, in questo paese), subito dopo l’esplosione, la famosa agenda rossa nella quale il magistrato siciliano aveva preso importanti appunti, soprattutto in quei cinquantadue giorni da quando, con le stesse mostruose modalità, era saltato in aria il suo collega conterraneo Giovanni Falcone. Ieri sera, e cioè ventisei anni dopo quella pagina troppo scura per non pensare che qualcuno abbia spento di proposito la luce, a più di mille chilometri da Palermo, proprio una palermitana, Daria Biancardi (fotografata da Gianni Grandi, con il quale ci siamo immediatamente sdebitati, anche se con una modestissima, ma piena d’affetto, birra), con il suo diaframma portentoso, la sua anima bollente e un cuore troppo grande per far sì che le emozioni si incontrino tutte, ha ufficialmente aperto la 31esima edizione del Porretta Soul Festival.
Lo ha fatto sotto il segno del Soul, senza pensare, probabilmente, che con la sua voce e con quell’anima che piange sangue, forse, una risposta, a noi che la stiamo ancora spettando, qualcuno ce la darà. Ma anche senza questi intrecci temporali/geografici, Daria Biancardi merita tempo sottratto al sonno della notte, perché non si può aspettare l’indomani per raccontarvi il calore emanato da quella voce e da quel corpo, offerti nel parco Rufus Thomas, come ogni anno, nella seconda quindicina di luglio, da trent’anni a questa parte. Perché anche quest’anno è esattamente come nelle passate edizioni: un Festival all’insegna dell’allegria, contaminante, tra l’altro, offerto dall’ideatore/direttore artistico Graziano Uliani e il suo staff come si aggiunge un piatto su una tavola imbandita alla notizia dell’arrivo, improvviso ma graditissimo, di un amico, proprio all’ora di pranzo. Ha intonato poche canzoni, Daria, ma sono bastate, e avanzate, perché il pubblico del Porretta Soul Festival si capacitasse della fortuna avuta a non perdersi questo prologo della 31esima edizione. Intono alla sua voce (che rappresenterà l’Italia a Toronto come testimone del Soul italiano), una band di alto lignaggio, i Groove City, con Fabio Ziveri al piano e all’organo Hammond, Pier Martinetti alla chitarra, Gianfranco Ferrari al basso, Gianluca Schiavon alla batteria, Andrea Scorzoni al sax tenore, Franco Venturi alla tromba, Paolo Carboni al trombone e al piano e alla voce e, come special guest, Mitch Woods, tutti abili e arruolati alla causa Aretha, che è il piatto forte della portentosa siciliana. Pensavamo, anche scorgendo l’orologio, che la serata, oltre che essere prossima alla conclusione, non dovesse riservarci altro di sbalorditivo. Previsioni sin troppo approssimative, perché il palco, ancora una volta sorretto e condotto da Rick Hutton, che è, contemporaneamente, un simpatico anchorman, un ottimo cantante e una voce solida e attendibile del dizionario della musica, non era ancora stato calpestato da un’orchestra incontenibile, The JBees, un portento di energia, di esuberanza, vitalità, incentrata e concentrata su quella discomusic (anni ’70) che ha ben poco da spartire con il monosolfeggio ottundente contemporaneo, che necessita di additivi chimici per essere ascoltato, più che compreso e ancor meno da invidiare alla musica colta e dotta, visto che in quegli anni si ballava sulle note degli Earth Wind & Fire. Un inarrestabile plotone da balera di confine (sono di Rimini e San Marino, triangolo protetto di divertimento), ma d’alto rango, con tre fiati/danzanti e datati, ma non ancora satolli di buonumore (Paki Panunzio, alla tromba, Andrea Brughettini al trombone e Daniele Mancini al sax), il sanmarinese Alessandro Silvagni alla chitarra, Jack Volpinari al basso, Andrea Gigli al Keys e all’Hammond, il giovanissimo Marco Casali, anche lui della Repubblica circoscritta dalla Romagna, alla batteria e le due anime scure (nere no, perché non vorremmo che pensaste che ci sia fatti tracimare dall’entusiasmo incontrollato) della band, le due voci, due femmine di alto bordo musicale, due showgirls che conoscono a menadito tutta, ma proprio tutta, la musica che scorreva sulle modulazioni di frequenza radiofoniche e che veniva scratchata nelle discoteche quando ballare era una passione pedagogica: Alberta Saccani e Giulia Boria, abbigliate nello stesso stroboscopico modo, financo i sandali con tacco, due ugole instancabili (hanno cantato circa due ore senza interruzione), ricche di tonalità, accorgimenti, saltando da un motivo al successivo restando accordate ai sound simili solo nella ricezione ginnica ed epidermica, non certo musicale, che si alternavano velocemente, ma conservando quell’elastica fisicità da palcoscenico e che è, oltre che considerevole sintomo professionale, anche e soprattutto joie de vivre e che a noi, ma non solo, visto il totale coinvolgimento del pubblico, ha reso il giusto gusto di alcune cose. Qualche purista del Soul, appena The JBees si sono presentati sul palco e hanno iniziato a intonare i classici di quegli anni lontani dall’impegno e dalla controinformazione, ha storto il naso; ma al cospetto di tanta sensualità così ben modulata, presto, molto presto, anche i fedelissimi di Rufus Thomas, per una sera, si sono lasciati andare. E poi, quando non si vedono tatuaggi spuntare dalle scapole o scendere dai glutei, noi, puristi della bellezza, ci emozioniamo ancora.
