di Alessandro Giovannelli

PORRETTA (BO). Già entrando a Porretta si percepisce l'aria di festa che avvolge la piccola cittadina appenninica. Come un rito che ogni anno si rinnova, senza alcun segno di stanchezza. Dalla piazza principale si leva alto il fumo degli street food. A causa delle recenti disposizioni sulla sicurezza, anche qui, in questo angolo di mondo, che per tutti noi è il paradiso del soul e dunque un luogo incontaminato, un furgone nei pressi del ponte Solomon Burke ostruisce l'accesso ai veicoli in direzione dell'area dei concerti. Ma poco importa. Basta varcare la cancellata che dà l'accesso al Rufus Thomas Park e l'atmosfera è quella di sempre: musicisti che si mescolano amabilmente con il pubblico, famiglie intere, due o forse tre generazioni di appassionati, l'odore della carne sulla piastra e la gradinata già gremita a fare bella mostra di sé e a proteggere quel palcoscenico, piccolo quanto basta per dare l'idea che qui non siamo al cospetto di baracconi infernali con palchi spaziali ed effetti scenografici degni di Hollywood. Qui la scenografia è Porretta, la sua umanità, la sua misura, il suo calore. La seconda serata del Porretta Soul Festival 2018 si apre con una chicca assoluta, prima ancora di dare il caloroso e doveroso benvenuto ai padroni di casa, la Anthony Paule Soul Orchestra che ormai da quattro anni accompagna in qualità di house band tutti i musicisti che si alternano sul palco più soul d'Europa.
Un antipasto che rischia seriamente di essere uno dei piatti forti di questa edizione: un vero e proprio mostro sacro della sei corde. Uno di quelli il cui nome risulta purtroppo sconosciuto ai più. Ma se rammenti Chris Cain a Joe Bonamassa, uno che parlando di chitarre qualcosa ha da dire, può capitare di vederlo sobbalzare sulla sedia. Qui siamo al cospetto di un vero re della chitarra. E coi re ha avuto ripetutamente a che fare: lui che è stato praticamente allevato da Albert King e che quando accosta le labbra al microfono ricorda lontanamente B.B. King. Un set di blues al fulmicotone, il suo, condito con un po' di virtuosismo, mai pesante, come solo quelli che hanno un'anima grande come una casa sanno fare. Bianco a metà, Chris è per davvero uno dei migliori interpreti viventi della chitarra blues. A sostenerlo una band italiana, quella di Luca Giordano, chitarrista affermato e con una splendida (e meritata) reputazione internazionale nonostante non abbia ancora 40 anni. Dopo circa 10 minuti di cambio palco, è la volta di Anthony Paule e della sua Soul Orchestra, che non abbandonerà più la scena fino alla fine del concerto.

Dopo un brano cantato da un'altra vecchia conoscenza del Porretta, Sax Gordon Beadle, inizia la parata delle stelle. Il primo a presentarsi in scena è Larry Batiste, nativo di Oakland, noto per essere stato il direttore musicale per il preshow dei Grammy Awards a Los Angeles, cantante, produttore e trombonista, ha omaggiato Al Green con una bella versione di Let's Stay Together, resa speciale, come ha raccontato al pubblico di Porretta, dall'imminenza del suo anniversario di nozze. Col secondo artista, la temperatura tra il pubblico, sempre più numeroso ad affollare le gradinate, sale alle stelle. Booker Blues Brown riporta infatti a Porretta ricordi cari alla storia del Soul Festival. Amico personale di quel Rufus Thomas che rimane il simbolo stesso della rassegna più black dell'Appennino, Booker, nativo di Memphis, ha girato gli States per ben 59 anni, senza mai affacciarsi in Europa a causa di un rapporto complicato con gli aerei. Evidentemente il richiamo della nostra Soulsville ha compiuto il miracolo. Voce graffiante, molto fisica, capace di raggiungere registri molto alti, un po' come un altro Brown, il Godfather of Soul James. Dopo l'immancabile one more time del cerimoniere Rick Hutton, Brown ha chiuso con una bella versione della sua Stir It Up, e ha letteralmente fatto impazzire il pubblico sulle note e sui passi dell'iconica Funky Chicken, prima di lasciare la scena alla prima lady singer della serata. Nata a Detroit, ma newyorkese di adozione, Missy Andersen è alla sua prima volta a Porretta. E per conquistarsi il pubblico ha avviato con un pezzo piacione per quanto sempre godibile, quella Stand By Me resa immortale da un altro re, il compianto Ben E. King. A seguire il momento migliore del suo set, una Tell Mama che prima di lei aveva reso grandi, anzi enormi, altre splendide donne del soul/blues e dintorni, da Etta James a Janis Joplin. Davvero frequenti e piacevoli i gesti d'intesa di Missy con la house band e in particolare con l'acrobatico batterista Derrick D’MAR Martin, grande mattatore della serata. You can take us right up, higher and higher, dice Rick Hutton, dito ad indicare il cielo, per richiamare Missy sul palco per un ultimo pezzo. Che sarà proprio quella (Your Love Keeps Lifting Me) Higher and Higher che nel 1967 portò Jackie Wilson in vetta alle classifiche R&B americane. Dopo dieci minuti di pausa per consentire agli astanti (e alla band) di farsi una birra al fresco del parco, la ripresa è affidata a Wee Willie Walker, da Memphis, già parte negli anni '60 di quella Goldwax che verrà celebrata nel corso della serata di sabato, fresco di un’uscita discografica, After a While, che lo ha visto collaborare proprio con la Soul Orchestra di Anthony Paule. Con la quale l'intesa è totale e l'amalgama tra il suono della band e la voce calda di Walker risulta perfetta per incantare Porretta. Sono proprio due pezzi dal disco del 2017, Second Chance e la title track, uno slow blues costruito su un tappeto di Hammond, a colpire nel segno. Alla fine del set di Walker la scena è tutta per D'MAR. Un balzo a scavalcare la batteria è il preludio ad una passeggiata nel bel mezzo del pubblico, un immancabile rito porrettano. Accompagnato quasi sottovoce da un ritmo ripetitivo e ipnotico dell'Orchestra, D'MAR percuote tutto quel che trova sulla sua strada: gradini, pezzi di palco e perfino il casco, indossato all'uopo, di un divertitissimo spettatore. Ricomposta la formazione sul palco, è il turno di Terrie Odabi, la seconda e ultima lady soul della serata. E che prova, la sua! Confermando di essere uno dei migliori talenti della nuova generazione del Southern Soul, Terrie, alla sua seconda volta da queste parti, ha letteralmente incantato Porretta. Si è presentata al pubblico con lo spiritual in crescendo di Wade in the Water, col pubblico che ha colpevolmente declinato l'invito di Rick Hutton ad accogliere la splendida Terrie senza applausi, in ossequio al messaggio di liberazione che è proprio di quel brano. Ma è con Gentrification Blues, inno di stampo politico-sociale riguardante i conflitti derivanti dallo spostamento di intere comunità di famiglie di colore a basso reddito nella città di Oakland, che Terrie dimostra quanto la musica, e il blues a maggior ragione, possa rappresentare ancora oggi un mezzo per parlare al mondo di dolore, discriminazioni e volontà di riscatto. Tanto di cappello a Graziano Uliani per aver portato su questa sponda dell'oceano, col fiuto di chi la sa davvero lunga, un'artista della quale sentiremo molto parlare in futuro, ma che già oggi è capace di sorprendere non solo per la sua bellissima voce, piena di sfumature, ma anche per il suo talento compositivo. La serata si è chiusa con un gradito ritorno, quello di John Ellison. Settantasette anni portati splendidamente, ha omaggiato Porretta, a ventiquattro anni dalla sua prima apparizione nella cittadina europea del soul, con una performance di grande energia. Capace di portare la sua voce fino ai limiti, interprete di rara intensità, Ellison ha aperto con quella enorme hit che corrisponde al titolo di Some Kind of Wonderful, da lui scritta cinquantuno anni fa e registrata coi suoi Soul Brothers Six. Come ci ricorda la narrazione puntuale di Rick Hutton, sempre ricca di spunti e curiosità, di questo brano sono state registrate ben 57 cover, anche ad opera di nomi leggendari come i Grand Funk Railroad, Huey Lewis e Joss Stone. Immancabili i momenti dedicati alle belle signorine del pubblico, seduto a bordo palco a parlare con loro di amore, l'amore per le donne e per la bellezza, e quello per la bellezza delle donne. E proprio all'amore e alla moglie dedica un sognante, lento soul/blues: simply called – ricorda Ellison - i love you. Sono le 1.30 passate e il parco Rufus Thomas, dopo oltre cinque ore di grande musica, inizia pian piano a svuotarsi, non prima della celebrazione di tutto ciò che è Porretta e solo Porretta: le foto di rito, gli autografi, lo scambio di quelle sensazioni profonde che da ormai sei lustri questo festival unico nel suo genere continua a regalarci. Come un rito che ogni anno si rinnova, senza alcun segno di stanchezza.
