
CASTIGLIONCELLO (LI). Peccato che la regia dello spettacolo abbia voluto metterci del suo, sulle parole e la musica di Amy Winehouse, perché Teresa Rotondo, la cantante e la nutrita band al seguito (Armano Polito alle voci, Samuele Pirone al basso, Moreno Vivaldi alla batteria, Stefano Contesini alla tromba, Francesco Palazzolo al sax, Giovanni Giustiniano alla chitarra e Alex Bimbi alle tastiere), non ne avevano alcun bisogno. Come la musicista omaggiata, del resto. E soprattutto. Sì, perché Amy Winehouse era già una delle voci più importanti e interessanti del pianeta musicale prima che si perdesse nell’alcol e nei suoi inevitabili eccessi, ma fino a quando non ha cantato la propria dissoluzione e il proprio nichilismo, nessuno l’ha presa in considerazione: era soltanto una voce importante, che ricordava maledettamente alcune regine soul e jazz del mondo. È diventata una star solo quando il pubblico giovanile che l’ha osannata, senza che nessuno invitasse i nuovi fan ad ascoltare le sue versioni in carne e ossa e non solo in ossa, si è potuto riconoscere nelle sue trasgressioni e divinizzarla.
Peccato veramente che se ne sia andata così presto, a soli 28 anni e non apparteniamo, orgogliosamente, a quella schiera di cialtroni che sostengono che la sua fine, violenta e prematura (stop and go, questo il referto del decesso: una dose stratosferica di alcol dopo un periodo di astinenza), sia stata la sua opera più grande, spolverando, nella circostanza, la leggenda della maledizione delle tre J (Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison), icone imprescindibili sottratte alla musica, prima che alla loro esistenza, a soli 27 anni. Peccato davvero che sul palco del Castello Pasquini, a Castiglioncello, dove per questa rassegna estiva saliranno, in questi giorni, Allevi e La Mannoia, De Gregori e Pucci, il comico, e altri sulla cresta dell’onda, Teresa Rotondo non si sia potuta limitare a omaggiare, come da titolo, la meravigliosa voce di Amy Inconsapevole Diva, ma si sia dovuta sperticare in una specie di racconto nel quale, la cantante – che si destreggia onorevolmente quando il diaframma le serve per cantare – abbia anche dovuto interpretare la voce narrante – e qui, la destrezza canora, si impantana in una non certo esemplare carica attoriale - di una testimone oculare inerme e inerte al cospetto del lento, inesorabile, disintegrarsi della giovanissima cantante britannica. Al pubblico accorso al concerto, del resto, quello che ha pienato la parte retrostante il Castello Pasquini, alcova militante di Armunia, imponente produzione teatrale, delle postume raccomandazioni fatte alla giovane Amy non fregava assolutamente nulla; nessuno, tra la popolazione elegantemente seduta sulle poltroncine blu disposte sotto il palcoscenico, era minimamente interessato allo sfiorire umano e culturale della Winehouse e, non ci giureremmo, ma lo scriviamo, che è molto peggio, siamo dell’avviso che parecchie signore abbronzatissime, in casa loro, quella dove trascorrono il tempo da settembre a giugno, non quella estiva del mare livornese, delle tre incisioni di Amy Winehouse non abbiano nulla, se non il ricordo, svanito e affievolito, di quella bambina-vecchia che canta ed esalta il proprio alcolismo, che vive in modo assoluto, dunque inesistente, il suo amore e che ormai, vittima del proprio successo, non riesce più a sostenere ciò che l’ha resa, giustamente, famosa. Una band divertente, composta, polifunzionale, ritmica, quella che ha accompagnato Teresa Rotondo, che ha ripercorso le tre fasi della star perdutasi nella sua paura, vivaddio omaggiandola e non tributandola, senza scimmiottamenti, ma con personalità, non solo musicale; dagli esordi, sconosciuti ai più, ma vi assicuriamo, forse i migliori, alla pazzesca esplosione del 2007 fino alla rovinosa caduta negli inferi dei riflettori, quelli che se non stai attento, invece che illuminarti, ti bruciano.
