
SULLA GUIDA per la stampa si legge che Evolution, il nuovo Ep di Michele Beneforti, prodotto negli Stati Uniti tra Boston e Los Angeles (aprile 2018), è un mix di vari generi: neosoul, electro pop e rock. Verissimo. Nelle cinque tracce (Highway, Over & Over, Brooklyn Light, Fantasy Word e Cocoa Eyes), facilmente immaginabili nella loro composizione/offerta per noi che lo abbiamo visto crescere e diventare grande, ma anche per chi lo ascolta per la prima volta - ci sono i video a supporto, prodotti con i guanti, come l'intera registrazione, del resto -, la promessa musicale pistoiese, divenuta realtà di là dall’Oceano, sfuma professionalmente la propria carica strumentale che gli è valsa un posto al sole al Berklee College di Boston, per dare spazio e vita a una dimensione musicale cosmica, nella quale si ascoltano e riconoscono nitidamente tutte le componenti strumentali, tutte le provenienze, ma senza che nessuna prenda il sopravvento e si impossessi del sound generale.

Non a caso, la registrazione si chiama Evoluzione e rispecchia, con spudorata fedeltà, il passaggio di Michele Beneforti dallo stato musicale di chitarrista/cantante a quello di bandleader, con un’attenzione ai dettagli d’insieme (il metallo dei piatti che perseguita il groove; la chitarra che non si permette mai di prendersi la scena, nonostante ne abbia ogni possibilità; la voce che non cerca spazio, ma che ne apre al suono orchestrale; il supporto delle vocaliste) che traghettano la sua singola carica strumentale e vocale in un afflato melodico caro, a nostro avviso, a tutta la tradizione della world music, con qualche riferimento funk specifico che ci è balzato immediatamente alle orecchie: Special Efx, Yellow Jackets e Jamiroquai. Un mix di jazz colto, dotto, ma giovane, che strizza l’occhio anche al rap, che non cerca l’esclusiva, il marchio di fabbrica, ma che diventa una fabbrica di sogni, di melodie, quelle che si respirano nei jazzclub, tanto per fare un esempio, dove si può ancora bere smodatamente, fumare sigarette non elettroniche e corteggiare la donna del tavolino accanto, anche se scopriamo che non parla la nostra lingua e noi, ignoriamo la sua. I presupposti c’erano già tutti, a onor del vero, quando l’ex enfant prodige cercava la propria strada tra i meandri toscani della musica per cercare di trovarne una, conosciuta, certo, ma non segnalata sulle guide Michelin. Evolution è un lavoro fortemente americano, anche se i suoi nuovi amici di Boston gli dicono che si sente parecchio la natura europea. Abbiamo ragione tutti, probabilmente: Evolution è davvero il nuovo stato di grazia musicale di Michele Beneforti, che ha davanti a sé praticamente tutta la vita e sulla quale abbiamo già scommesso, in tempi non sospetti.
