di Marco Giovannetti

EMPOLI (FI). Il senso di tutto è nei dettagli. Il quadro generale è davanti a tutti, le grandi linee e l’impatto visivo. Ma i dettagli danno spessore e corpo a una scena altrimenti bidimensionale, la caricano di significato e tridimensionalità. A grandi linee il concerto dei Ministri all’Empoli Beat Fest è stato un gran concerto. La band ci sa fare, conduce l’esibizione con la maestria di chi sono anni che si sbatte con passione e impegno e fa tesoro di ogni singola esperienza. Il dettaglio è che loro si divertono ancora: si guardano, si sorridono, si caricano a vicenda e si godono l’attimo (stare sul palco è ancora un momento catartico - dirà dopo il concerto un gentilissimo Davide Autelitano, voce principale e basso del gruppo), questo si percepisce e porta lo show in un’altra dimensione. Ma facciamo un attimo le presentazioni: i Ministri, nati a Milano, sono in giro da quindici anni; hanno sulle spalle sei album e un EP (più un singolo, Fumare, uscito in digitale e vinile un paio di mesi fa). Oltre al suddetto Davide, Federico Dragogna alla chitarra e voce e Michele Esposito alla batteria. Li aiutano in tour anche Marco Ulcigrai alla chitarra e Anthony Sasso alla chitarra e tastiera.

Adesso sono tra le realtà più grandi della scena rock alternativa italiana; la loro musica filtra con il punk e il post punk, l’alternative rock e il cantautorato; i testi sono lucidi e pungenti con un’ironia che rende tutto più affilato. Il concerto inizia con la new-waveggiante Il sole (È Importante Che Non Ci Sia) e la scaletta pesca praticamente da ogni album; il gruppo gira ad altissimi livelli d’intensità sin dall’inizio e il pubblico risponde a tono. Pezzi più spinti come Fidatevi, Vicenza o Diritto al Tetto (con una citazione da The Beautiful People di Marilyn Manson messa in coda alla canzone), si alternano ad altri più riflessivi come La Piazza, Una Palude o Il Bel Canto (che Davide intona per una buona metà sul pubblico, sorretto dalle mani dei presenti). La sensazione generale è quella del classico concerto rock, rituale, dove pubblico e band si uniscono in una sola celebrazione collettiva, dove l’appoggio di terze parti (effetti scenici, scenografie, coreografie) viene meno a favore di un’azione spontanea ma più prorompente. Osservazione a latere ma, a mio parere, di importanza capitale negli ultimi anni: ho visto pochissimi cellulari a riprendere il concerto, segno che la gente ha pensato, per una volta, a lasciarsi andare e divertirsi. Ma torniamo al concetto iniziale del discorso: i Ministri si divertono, ci mettono ancora la stessa passione dell’inizio (immagino), si impegnano e per loro è davvero un divertimento e non un lavoro. Questo non può che influenzare positivamente il concerto, che è stato bello, tecnicamente ineccepibile e ben costruito. Ma se è vero che il risultato è maggiore della somma delle parti, come dicono le scienze olistiche, cosa è se non la passione, il divertimento e l’impegno di chi quel concerto lo fa, a portare tutto a livello superiore e dargli lo spessore meritato? E adesso, la rivelazione: i Ministri li conoscevo di nome, ma non avevo mai sentito una sola nota prima del loro concerto al Beat. Non vedo l’ora di vederli di nuovo, perché si sono fatti un fan in più. Se non è lavorare bene questo!

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