di Alessandro Giovannelli

PRATO. Il suono della materia. Materia solida, metallica. Il rumore della civiltà industriale risuona nell'era dell'immaterialità, dell'intangibile, del digitale. Macchine che girano, presse, ruote meccaniche, oggetti metallici, lamiere e bidoni, un arsenale che riporta la mente a un mondo che pare non esserci più. Al posto di quel mondo, il silenzio dell'etere; l'esperienza sensoriale che pare aver lasciato spazio a quella virtuale. Tutt'al più, di quella società industriale in forma di musica e rumore, che gli Einstürzende Neubauten (foto Silvano Martini) sanno sbattere magistralmente in faccia al proprio pubblico, si può fruirne come si farebbe in uno di quei musei nei quali ti offrono un'esperienza interattiva. E sabato sera, 1° settembre, a Prato, in Piazza del Duomo, facevano bella mostra di sé, come vestigia di due differenti ere, l'armamentario degli Einstürzende sul palco e, alla sinistra del pubblico, la basilica minore, la Cattedrale di Santo Stefano col suo pulpito esterno. Insomma: arte, antropologia; antico e contemporaneo; spirituale e secolare.

Chiudendo gli occhi – e vale sempre la pena farlo, la vista è un senso talvolta troppo ingombrante e tende a prendere il sopravvento su tutti gli altri – e provando a distogliere la mente dalla figura elegante dello stregone che risponde al nome di Blixa Bargeld, pareva di ritrovarsi in un mondo in bianco e nero, per le strade di Philadelphia, e di essere lo spaesato protagonista di Eraserhead mentre attraversa una desolante periferia industriale e il lontano frastuono di sottofondo – David Lynch ci ha ricordato anche recentemente che è sempre necessario ascoltare attentamente i suoni – pare il miglio sottotesto possibile alle immagini sonore degli Einstürzende Neubauten. Ecco. Sabato uno spettatore mediamente consapevole rischiava di sentirsi come un Henry Spencer perso in un mondo dominato dal grigio e popolato di rumori agghiaccianti; eppure un mondo terribilmente affascinante, testimonianza della difficilissima convivenza tra uomo e natura, caratterizzato da una sublime alternanza di rumori e silenzio e da un contorno musicale più tradizionale, dominato dallo splendore della voce di Blixa. Ma facciamo un passo indietro. La straordinaria maratona musicale pratese ha preso il via intorno alle venti coi Blonde Redhead. Il tappeto sonoro dei quasi-italiani fratelli Pace ha fatto da cornice alla presenza magnetica di Kazu Makino, eterea cantante giapponese dalla voce sensuale e ammaliante, contraddistinta da un uso peculiare del falsetto. Con un vestito bianco aderente, i capelli a coprire il viso, alternandosi tra tastiere e chitarra, Kazu, una figura senza età, tanto intensa da risultare fuori dal comune, ha saputo donarsi al pubblico con una splendida interpretazione. Una musica di classe, la loro. Band nata nel 1993, si è evoluta nel tempo, passando da un avanguardistico noise con derivazioni punk dei primi dischi a uno stile vicino al dream-pop negli anni 2.000. Meno sperimentazione, ma una ricerca costante della qualità sonora. Ed è proprio al repertorio post-2000 che hanno attinto a piene mani, non mancando di eseguire alcune perle della loro discografia: da Dr. Strangeluv a 23. Al termine del set dei Blonde Redhead, e dopo un lungo cambio palco per dare corpo e forma alla bestia industrial, a sorpresa è la volta degli Einstürzende. Infatti i dEUS, che avrebbero dovuto esibirsi per secondi, sono stati vittima di un clamoroso ritardo nel trasporto della strumentazione e dovranno esibirsi per ultimi. Con l'apertura su The Garden, gli Einstürzende lasciano subito intendere alla piazza quale sarà il tenore del loro show. L'oscurità a farla da padrona e due figure che saltano subito all'occhio: Blixa Bargeld, ovviamente, elegantissimo nel suo completo nero. Al secolo Christian Emmerich, fin dallo pseudonimo, che richiama quello di Johannes Theodor Baargeld, appare evidente il suo tributo artistico alle prime avanguardie e in particolare al dadaismo, ma anche al futurismo e Marinetti. Tuttavia il grido con il quale chiude il primo pezzo è quanto di più espressionista possa capitare di ascoltare in musica. Alla destra di Blixa, distante da lui qualche metro, l'altra figura immediatamente riconoscibile, vuoi per il carisma, vuoi perché l'esplosione industrial arriverà al secondo pezzo, è quella di Alexander Hacke. Già a impatto, si presenta come l'opposto di Blixa: capello lungo e disordinato, tenuta e pose tipicamente da rocker, il basso portato ad altezze pelviche. Alexander è in realtà un artista eclettico, capace negli anni di dar vita a progetti significativi, tra i quali, ad inizio anni '80, Sentimentale Jugend (insieme a Christiane Vera Felscherinow, sì, proprio lei, Christiane F.) e lo straordinario Sanctuary, partorito tra l'Europa e gli Stati Uniti nei primi anni duemila, in collaborazione con numerosi artisti. Il secondo pezzo della scaletta, Haus der Lüge, tratto dall'omonimo album del 1989, segna l'avvio della tempesta perfetta: tutto quanto dicevamo all'inizio e che caratterizza l'essenza stessa degli Einstürzende Neubauten. Il metallo, la meteria, l'industria, il rumore. E le ritmiche tipicamente loro, costruite grazie all'immenso lavoro percussionistico del duo N.U. Unruh e Rudolf Moser. Un lavoro incredibile che caratterizzerà l'intero set; due eroi nascosti, potremmo dire. Nel senso letterale – e fisico – del termine, e non solo perché compagni di palco dei carismatici Bargeld e Hacke. Uno show caratterizzato dall'esecuzione di buona parte dei loro successi attraverso quasi quarant'anni di storia. D'altronde la serata pratese prevedeva l'esecuzione del loro Greatest Hits. Un viaggio attraverso l'epopea Einstürzende. L'apice arriva coi bis: Let's Do It a Dada è praticamento il loro manifesto. Anzi, per la verità è il manifesto della poetica e del genio di Blixa Bargeld. Un pezzo di truce teatralità nel quale ogni membro della band contribuisce a costruire quel senso di decostruzione del senso – mi si perdoni il gioco di parole – che fa di loro dei veri interpreti dell'arte avanguardistica. Che oggi sarebbe etimologicamente da considerarsi retroguardia. Ma a noi cosa importa delle etichette? Cosa importa quando Blixa si presenta davanti al microfono con della materia vinilica frullante in mano – un disco, un vero e proprio LP – azionata da un trapano, lasciandola stridere dalla camera acustica di un contenitore cilindrico? Si tratta di una sorta di riproduzione dell'intonarumori di Russolo. E infatti Blixa recita alcuni suoi celeberrimi versi: signore Marinetti, signore Russolo, are you back from Abyssinia?. Segue un dissacrante how is the Duce? E poi un tripudio di rumore: tondelli di metallo rovesciati e rimessi in un secchio, anch'esso di metallo. Una vera e propria performance in pieno stile. E' l'apoteosi. Ladies and gentlemen, gli Einstürzende Neubauten. Le nuove costruzioni sono crollate. E al diradarsi della nuvola di polvere, tra le macerie, quasi fossero interpreti ex post di una Trümmerliteratur in musica, di una poetica dell'ora zero, emergono i nipoti delle avanguardie e figli del kraut in tutta la loro potenza. Chiuderanno la serata i dEUS, con uno show accorciato, e parecchio (e con una parte del pubblico che, intorno alla mezzanotte, ha deciso di lasciare Piazza del Duomo). Uno show che non può non risentire della presenza ingombrante di chi, prima di loro, aveva fatto del palco una fabbrica, un teatro, una grigia periferia nel cuore medievale di Prato; che aveva generato il fragore di quella esplosione di piombo che, dopo di sé, fa apparire tutto troppo leggero, inconsistente. Col massimo rispetto per i dEUS che comunque, in pochi minuti, ci hanno lasciato chiaramente intendere – a noi che non li avevamo mai visti prima – che sarà un piacere godere della loro musica; un'altra volta, in un'altra occasione, in un contesto differente. Chiudo con un plauso all'organizzazione e allo staff di Settembre//Prato è Spettacolo, la Gran Fiera settembrina di Prato degli anni 2010. Un festival ben organizzato, con un bel programma, alcuni omaggi che sono stati poesia pura (basti pensare al tributo del duo Roberto Angelini/Rodrigo D'Erasmo all'indimenticabile figura di Nick Drake) e una città che dimostra a ogni occasione di saper parlare mirabilmente la lingua della contemporaneità.

Pin It