PISTOIA. Due chiacchiere a parte, Irene Bisori, le merita davvero. E non certo perché i quattro strumentisti che l’hanno accompagnata, l’altra sera; pardon, tre professori e un fuoriclasse, comprese le altre cantanti e vocalisti che hanno reso Cantabile bellissima, la serata organizzata dall’Associazione CulturIdea alla Fondazione Tronci, a Pistoia, siano meno della cantante fiorentina. Ma se la matematica non è un’opinione, tra le voci che si sono succedute sul palco della saletta magnetica di Corso Gramsci, a Pistoia, siamo pronti a scommettere che quella di Irene Bisori, abile jazzgirl, ma anche lieta reincarnazione di quel che si può e deve salvare del ’68, dipinto del Bernini che solfeggia in ragamuffin, etera e possente, delicata e ferma, leggera e decisiva, di strada, ne farà tanta, ma tanta, eh.

Abbiamo deciso di concentrarci sulla sua voce perché di Lorenzo Cioni (tastiera e voce narrante), Gianluca Belpassi (chitarra), Federico Paoli, contrabbasso e Walter Paoli alla batteria (una precisione e un nitore strumentistico impressionante, il suo; spesso si è avuta l’impressione che le batterie fossero due e che ci fossero due drummisti a farle vibrare), se ne è parlato, per inevitabili successioni cronologiche e per classe, tanta, molte altre volte; e anche questa è una di quelle che non guasta. Certo, alla serata hanno partecipato anche altre cantanti e due ragazzi, volti e voci note al pubblico toscano, rispolverando motivi e autori che il sistema discografico e modaiolo ha impietosamente sepolto con largo e colpevole anticipo, macchiandosi indelebilmente la fedina penale della cultura musicale con il duplice delitto di disonorare la memoria di chi alla canzone italiana ha dato un passo mondiale (Gino Paoli, Sergio Endrigo, Jimmi Fontana) e soprattutto di aver dato spazio e vita a urlatori avvinazzati, ignavi e ignari di quello che è successo fino ai loro rispettivi exploit. Ma torniamo a parlarvi, con rinnovata insistenza, di questa ragazza, che incarna, con una semplicità e leggerezza straordinarie, i requisiti fondamentali del mestiere: arriva, ovunque, senza compiere mai alcuno sforzo; sorride e incrocia gli sguardi del pubblico come se si trattasse di una dedica personalizzata a ognuno di loro, anziché una sfida, spietata e senza esclusioni di colpi; nonostante il suono metallico, riesce a salterrale tra un genere e l'altro con estrema disinvoltura, grande padronanza e eccellente naturalezza, iniettando l'esibizione con tutto il groove e il carisma di chi ha scelto la strada dei palcoscenici; il corpo, e soprattutto le mani, ricordano spudoratamente la tigre di Cremona nei suoi anni migliori, soprattutto quando abbinate ai solfeggi e ai vocalizzi; la bellezza del viso, la tenerezza degli occhi e la maestria di come piacere a chi la osserva impietrito sono poi un’altra dote che non fa che accrescere e ingrossare la faretra dei dardi che le servono in ogni occasione professionale. Tutte le volte che ci siamo sbilanciati tanto, dopo aver assistito per la prima volta a un’esibizione di gente dello spettacolo musicale, il tempo, anche abbastanza celermente, ci ha dato ragione; lo scriviamo con un pizzico di autocompiacimento, senza fare la lista illustre delle nostre intuizioni. Il consiglio che le diamo, a Irene Bisori, oltre che suggerirle di continuare a studiare come se dovesse ancora iniziare a farlo, è quello di cimentarsi con Al Jarreau, forse l’ugola che più ne potrebbe esaltare le facoltà. Forse l’ha già fatto e non ha deliziato la folta platea del delizioso pertugio pistoiese solo per preordinate esigenze di scaletta; forse aveva in mente e in programma di farlo e non ci aspetteremo certo i ringraziamenti, qualora si dovesse cimentare e imbattere nella potenza caraibica di Al Jarreau; ma ci premeva scriverlo, tutto qui. Il resto, siamo convinti che lo sappia bene da sola, per fortuna.

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