di Barbara Ferrando

HO PRESO LEZIONI di di clarinetto quando ero molto giovane, avevo appena otto anni. E ho suonato per un po’. Poi, ho abbandonato. Suonavo in una banda della scuola, marce e cose del genere e poi ho preso il sassofono quando ero più grande. A sedici anni circa. Perché ha deciso di cambiare strumento? Beh, era più complicato perché suonavo in alcune bands quando avevo 14 anni, in blues bands, suonavo l’armonica, blues harp e abbiamo cominciato. Ho fatto alcune cose con dei ragazzi che suonavano jazz ed è diventato più jazz e io ho cominciato a pensare che sarebbe stato davvero bello avere un sassofono, così ho iniziato a pensare: forse potrei suonare il sassofono perché ho questo passato di clarinettista. E’ quasi la stessa diteggiatura e un approccio molto simile allo strumento. E ci può dire il nome di un musicista con il quale è stato particolarmente felice di suonare? Sono stato davvero molto fortunato. Quando ero molto giovane, ho avuto la possibilità di suonare con molte persone. Molte di loro erano i miei eroi, persone con cui sono cresciuto ascoltandole. È quasi impossibile dire; voglio dire: ho suonato con Benny Goodman, con Woody Herman, con altri grandi musicisti, come Roy Aldridge, Hank Jones, Vic Dickenson.

Questi sono tutti stati ragazzi molto importanti per me e ho anche avuto la fortuna di lavorare con molte, molte persone nel mio cammino, cantanti e colleghi. Sono stato molto fortunato. Ma non posso fare un nome: è difficile per me trovare una persona. È stata una fortuna per me, sai, in un mondo in cui sono entrato quando avevo 20 anni. C’erano jazzisti provenienti da tutti gli ambienti musicali, dagli anni ‘20, ‘30 , ‘40 e ‘50, e suonavano ancora tutti. Molti di loro non ci sono più, ora. Questo era nel 1976, molto tempo fa. Era un momento strepitoso e io penso solo di essere stato molto fortunato. Sarei potuto nascere dieci anni dopo e poterne solo ascoltare le registrazioni.Sono molto curiosa a proposito: c’è differenza tra jazz europeo e jazz americano? Dipende da chi lo suona. C’è gente in Europa che suona un tipo di jazz molto europeo. Non so cosa sia europeo. Suppongo sia meno, pur con ovvie influenze americane penso abbia meno influenze afro-americane. Il jazz che suono io è fortemente influenzato dalla musica afro americana del ventesimo secolo. Pensa che la musica jazz possa essere insegnata? Sì, ma penso che in un certo senso sia difficile. Voglio dire: ci sono molte cose che si possono insegnare in un’aula, ma penso che ci siano alcuni aspetti di ciò che sia essere un musicista jazz che si possano imparare solo sul campo, su un palco. Cosa pensa del jazz oggi e di come si stia evolvendo. È una gran bella domanda. Me lo chiedono da quando ero molto giovane e non so, non ho idea di dove stia andando o se sia importante saperlo, perché la musica che suono è quasi vecchio stile nelle sue influenze, fortemente influenzata dal modo di suonare dei miei colleghi negli anni ‘50 e ‘60, ma cerchiamo di renderla fresca, cerchiamo di suonare in modo nuovo ogni sera. Rendiamo viva la musica. Questa è la cosa importante: c’è gente che la porterebbe altrove, penso, e anche questo è naturale. C’è un ricordo, una storia divertente che ci può raccontare a proposito di uno dei suoi concerti? Questo è davvero quasi impossibile, per me. Un giorno mi siedo e penso a una storia divertente e la scrivo, così la prossima volta che qualcuno mi chiede avrò una risposta. Un sacco di cose divertenti succedono tutte le volte, ma ogni volta che qualcuno me lo chiede il mio cervello si congela e non riesco a pensare a niente. Qualcosa di molto divertente può accadere stasera, non si può mai sapere: prometto di dirtelo, se succede! Ultima domanda: lei ha 60 anni, è una leggenda, e dopo quaranta album e una strepitosa carriera, qual è la grande sfida per Scott Hamilton oggi? Continuare. Mi piace il mio lavoro. Sarei perso se non potessi più suonare. A 64 anni, spero di averne ancora venti per suonare il sax, ma non si può sapere. Ma ancora una volta, nessuno lo sa. Io, continuo.

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