PRATO. Strano davvero come una cantante napoletana, alla soglia dei sessant’anni, con un diaframma sopraffino, infaticabile ricercatrice di equazioni poetico/musicali, interprete indiscussa del jazz più colto nella propria estensione popolare, con un curriculum da far impallidire parecchie sciantosette che sono state catapultate al successo starnazzando, convincendosi che questo potesse bastare, invece che studiare, che si cimenta, oltretutto, nel fondere e confondere lo slang della propria melodia natia con la poesia, altrettanto musicale, del Brasile, pecchi, in definitiva, tanto di cazzimma, quanto di saudade. Stiamo parlando di una delle cantrici più autorevoli che si possa vantare nel mondo, Maria Pia De Vito, una vera e propria istituzione del folk più forbito, affidabile messaggera italo/carioca, recentemente impegnata in uno studio, approfonditissimo, sulla traduzione in napoletano delle storie popolari brasiliane, plurirappresentate, e tra le quali spiccano quelle di Chico Buarque de Hollanda.

Da questo rapporto epistolare protrattosi per sei lunghi anni, sfociato poi in inevitabili contatti sonori e vocali, è nato Core/Coracao, lo spettacolo/incisione che la vocalista napoletana sta portando in giro con l’honduregno di origini palestinesi Roberto Taufic alla chitarra e il gallese Huw Warren al pianoforte e che l’altra sera è atterrato sul palcoscenico del Metastasio di Prato come ultimo appuntamento della 24esima rassegna del Met/Jazz. La pulizia della sua voce, il fraseggio triangolare con i due strumentisti, con il chitarrista anche prodigo a cinguettare, all’occorrenza, la totale magnifica predisposizione alla bellezza musicale, il saggio e forbito dizionario del diaframma hanno fatto sì che il concerto conclusivo la nuova rassegna musicale del Metastasio non disattendesse, minimamente, le grandi aspettative del pubblico, orfano, come succede troppo spesso, naturalmente, dello zoccolo dei più giovani, purtroppo, sempre più attratti da quelle sciantosette che confondono le urla con i vocalismi. Ciononostante, il concerto, soprattutto per noi che siamo cresciuti con la musica di Gilberto Gil, Caetano Veloso, Jobim, Vinicius de Moraes, Toquinho, Chico Buarque de Hollanda e con i loro figli naturali, Carlinhos Brown e Adriana Calcanhotto (tutti visti esibirsi) su tutti, ma anche, e soprattutto, sul versante indigeno, con Pino Daniele, non ha mai stravolto né cuore, né coracao. E dipende dall’inopportuna alterigia musicale, molto più tedesca, nordica, che mediterranea, con la quale Maria Pia De Vito - ribadiamo, voce meravigliosa -, si concede all’ascolto, con un’enfasi troppo classica, con un distacco professionale da quello nel quale dovrebbe immergersi e che la trasforma, sovente, da affascinante protagonista quale dovrebbe essere, in austera e rigida spettatrice. Lo diciamo e lo scriviamo invitandovi ad ascoltare, senza distanziarsi troppo dal Metastasio pratese, rimanendo cioè in zona, tra Pistoia e Firenze, altre prime donne che hanno concentrato la propria melodia con l’interpretazione carioca; ci vengono in mente, ma soprattutto si avvicinano ai nostri cuori, Barbara Casini, Teresa Fallai, Rebecca Scorcelletti, tanto per fare i nomi di tre donne che, senza averle interpellate, scommettiamo nutrano per la collega un rispetto e una stima sacrale. Ma quando tocca a loro, rileggere i mostri sacri di San Paolo e degli immensi dintorni al di sotto della linea dell’equatore, l’asticella della saudade si abbassa vertiginosamente e il sound, nonostante nessuna delle tre abbia la fortuna di avere, epidermicamente, il sound partenopeo, improvvisamente, pur senza addentrarsi in sontuose tradizioni e traduzioni popolari, diventa tragicomico, come se il carnevale fosse lì lì per iniziare o fosse appena terminato. Per non parlare della cazzimma, poi.

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