FIRENZE. Alle 21,12, le luci, le voci e l’attesa, al Mandela Forum, scompaiono. Sul palco, preconfezionato alla Matrix, con qualche sconcertante immagine di una Terra che sembra sul punto di collassare, se non facciamo qualcosa davvero, o se almeno smettiamo di farle per finta, decidiamo noi, in nero, con paillettes, arriva Giorgia, ad onorare la tappa fiorentina del suo Pop Heart tour. I posti sono numerati, ma il braccio del palcoscenico che penetra la platea lascia intendere che appena si allontanerà dai suoi strumentisti, gli affezionati più incalliti la potranno toccare. E così succede, ogni volta che viene a raccontarsi da vicino: ci sono i suoi coetanei, spesso son i figli in braccio, sulle spalle, in attesa di una rassicurante benedizione. Anche per quelli che sono sugli anelli, contenti come bambini di vederla e sentirla cantare, ma pigri e per nulla disposti a catapultarsi nella ressa per testimoniarle stima, affetto e simpatia, lo spettacolo val bene comunque una messa. Si parte con Jovanotti, Le tasche piene di sassi e a Jovanotti si torna, con Tu mi porti su, prima di un congedo vocalmente impegnativo, I will always love you, scritta per Whitney Houston e poi rielaborata da parecchie lady, con le stesse inconsuete capacità vocali, Giorgia compresa, naturalmente.

La band che la coccola è quella preannunciata, professionalmente impeccabile, al suo pari: Sonny Thompson al basso, Mylious Johnson alla batteria, Jacopo Carlini al pianoforte, Fabio Visocchi alle tastiere e Anna Greta Giannotti alla chitarra. Oltre due vocalisti, che sanno un po’ di Amici, a onor del vero, ma senza lasciare mai a desiderare, comunque: Diana Winter (che è cresciuta nei paraggi) e Andrea Faustini. Sullo schermo, che chiude il proscenio, diviso in sezioni geometriche regolari, la lavagna luminosa del set, che colora sapientemente l’atmosfera immergendola in un onirismo degno di uno spettacolo circense ai tempi di Blade Runner. Ma lo spettacolo vero e proprio è la voce di Giorgia, che non vuole inchiodare la memoria collettiva con lutti metabolizzati con lentezza, rinascite, i figli; una voce profondamente autorevole, come la sua padronanza morale delle canzoni, che diventano di chi le interpreta e le ascolta (Gilberto Gil docet), senza dimenticare chi le ha partorite e scritte, che non disdegna certo se a ricordarle siano altri interpreti. Anzi. E allora, in questo tributo a colleghi più o meno vicini, un abbraccio a Eros Ramazzotti (Una storia importante), a Zucchero (Dune mosse) e a Pino Daniele, citato nome e cognome, per fortuna, con Anima, uno di quei brani che nemmeno il popolo partenopeo di piazza del Plebiscito ricorda e canticchia volentieri, ma solo perché è un brano di altissima difficoltà, che Giorgia scodella con il sorriso stampato sulle labbra, perché cantare è la cosa che le riesce meglio e seppur predestinata, da oltre venti anni non ha mai smesso un attimo di arricchirsi, perfezionarsi, ascoltare. Ma la scaletta, oltre che speluccare a destra e a manca da colleghi, prevede anche l’interpretazione di alcuni suoi brani più famosi, perché belli e importanti: Io fra tanti, Scelgo ancora te, È l’amore che conta, Il mio giorno migliore, Strano il mio destino, Un amore da favola, Girasole, Di sole e d’azzurro, Vivi davvero, La mia stanza, Credo, Oro nero. Tutto offerto con profonda professionale leggerezza, che è il tratto distintivo più evidente di Giorgia, una delle più autorevoli interpreti della canzone mondiale, che se invece che romana fosse stata londinese o di Seattle… Il concerto non è e non vuole essere un tour de force stile Bruce Springsteen: la signora ha bisogno di cambiarsi d’abito, anche se, di volta in volta, varia solo il cromatismo; si passa dal nero al giallo ocre, fino ad arrivare al rosso, ma sempre con una tutina attillatissima, dai malleoli alle clavicole, e un gonnellina che non sempre riesce a starle in vita. Sono i contrattempi che possono succedere, come la consolle di Mylious Johnson, che dopo alcune scratchate va in fumo. Panico? Ma no, è l’ideale per ballare due volte, perché in molti, con Giorgia, hanno voglia di muoversi. Alcuni troppo: sono quelli armati di telefonino, tutti via, che non smettono di tenerlo acceso e rivolgerlo al palco. Beh, così almeno se lo risentono a casa! Macché: è l’ansia del terzo millennio, la sindrome dell’ubiquità, la condivisione fittizia delle piattaforme sociali: guarda dove sono, guarda cosa sto mangiando, perché ormai siamo i nostri viaggi, il nostro cibo, le nostre frustrazioni. La gente non sta mai dov’è perché vorrebbe essere sempre altrove; così, almeno, ha la scusa per giustificare l’assenza.

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