PRATO. Un concerto antico, dal sapore nostalgico, sussurrato con quella voce da rockblues decadente che gli è propria da sempre e reso trionfale da quei quattro meravigliosi archi, i Solis String Quartet (Vincenzo Di Donna, Luigi De Maio e Gerardo Morrone, ai violini e Antonio Di Francia al violoncello), quelli che non hanno fatto sentire al pubblico delle Biblioteche Lazzerini di Prato, in uno dei tanti appuntamenti che impreziosiranno la scaletta di Prato Estate, la minima nostalgia per l’assenza, che sarebbe potuta risultare anche cronica, sul palco, di una batteria, un basso e un pianoforte. Ma il new cours di Enzo Gragnaniello, cantautore napoletano cresciuto con la magica compagnia strumentale partenopea di Pino Daniele e tutti gli altri, è questo: rileggere i grandi successi internazionali (In viaggio coi poeti) nello slang a lui più consono (che è poi anche l’unico): il napoletano. La scelta degli autori è così varia e vasta che non è affatto facile – ma senza pensare a un suo volere enigmistico – capire il filo conduttore musicale, o morale, o strumentale – qualora ce ne fosse uno – che lega tra loro le canzoni interpretate.

Sì, perché si parte con i Doors e si chiude con Sting, passando, in rassegna, Jacques Breil, Nick Cave, Chico Buarque de Hollanda, Tom Waits, Lou Reed, Astor Piazzolla, Violeta Parra, Simon and Granfunken, Roberto Murolo e Mia Martini. E qual è il filo conduttore che tiene insieme, snocciolandoli in sequenza, questi mostri sacri e alcuni dei loro brani più rappresentativi della canzone internazionale? Nessuno, in realtà; o tutti, perché la scelta delle traduzioni di Enzo Gragnaniello si muove lungo la bisettrice di quella velata forma di tristezza che si traduce, in un condensato indescrivibile, con il termine tanto caro al popolo brasiliano: la saudade. Che è quella che accompagna, quasi preseguitandola, la musicalità di tutti gli autori di Napoli e zone limitrofe che si muovono attorno al blues e ai suoi derivati strumentali: è successo con Napoli Centrale, con la Nuova Compagnia di Canto Popolare, con la formazioni di Pino Daniele, con i fratelli Bennato, ma anche con le nuove generazioni, da M’Barka Ben Taleb ai Thelegati. È il motivo dominante del groove artistico napoletano, esaltato sul palcoscenico adibito a spettacolo, non solo per ospitare concerti, ma anche per altre manifestazioni culturali, come il teatro, ad esempio; con Totò e Eduardo De Filippo su tutti, fino ad arrivare a Massimo Troisi, per ora l’ultimo di una dinastia che i suoi eredi illegittimi non riescono lontanamente a raccogliere, figuriamoci a resuscitare (l’avvilenza di Made in Sud, a proposito, è tristemente sintomatica). Un concerto piacevolissimo, che sarà bissato dagli stessi interpreti il prossimo 23 ottobre, sempre a Prato, all’interno di un’altra manifestazione, senza sussurri e grida, senza alcuna flessione, con la'utorevolezza di chi sa di possedere un diaframma e una capacità interpretativa altissime rimodellandole attorno a qualsiasi esigenza; una novella musicale descritta con il piglio autodidatta di chi ha avuto la fortuna di nascere in una terra piena di contraddizioni e ha saputo trarne il meglio, offrendolo poi, in comunione, a tutti quelli che ne hanno voluto sentire descritte le gesta, tra navigatori solitari, eroi imbalsamati e storie di sesso, incomprensioni e compagnia che si sono tramandate con l’autorevolezza dell’immarciscibilità dell’amore. Tra i tanti tributi offerti al passato e al presente è mancato, nonostante il pubblico delle Lazzerini lo abbia più volte richiesto a gran voce, quello a Pino Daniele, con il quale, prima che i sogni strumentali, ha diviso i banchi delle scuole elementari. Sarà per la prossima volta: più che un augurio, è una richiesta.

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