PISTOIA. Cinquanta minuti, scarsi. Ha lasciato il palco sulle note dell’ultima esibizione, accennando a malapena un inchino al pubblico che, nel frattempo, aveva iniziato a riempire la piazza, richiamato alla visione gratuita dai Black Stone Cherry. La quarantesima volta del Pistoia Blues è iniziata ieri, 5 luglio, con la giornata inaugurale dell’evento offerto a costo zero a una città, Pistoia, che merita decisamente meno, molto meno di quello che, chissà perché, ha ancora l’opportunità di ospitare. Ma del genere umano, fortunatamente, ce ne fottiamo ormai da parecchio tempo: ci godiamo la nostra fortuna, grati al cielo, di poter assistere, accreditati, a tutte le manifestazioni culturali con tanto di ulteriore privilegio di poterne raccontare le emozioni. E Ana Popovic (foto Letizia Mugri), dalle 21,30 alle 22,19, ne ha distribuite a ripetizione. Lo ha fatto con quell'espressione del viso che parrebbe autorizzare chiunque a pensare altro, con un abitino attillatissimo sopra le ginocchia color caffellatte, una vistosa e impegnativa collana, un braccialetto a forma di serpente che le serra la parte superiore del braccio sinistro e tacco 12, che calza in qualsiasi occasione ufficiale (dalla naturalezza con la quale ci deambula, siamo convinti che con quei sandali, Ana, ci esca anche solo per andare a fare la spesa, comunque).

No, non vi stiamo raccontando una notte al night, ma il concerto in piazza del Duomo della 43enne chitarrista serba, introdotta alla musica dall’insolita, febbrile e contagiosa passione paterna, collezionatore indefesso di Lp di blues. Ed è con il Blues che l’avvenente signora è cresciuta, accompagnata sul palco da una ritmica stratosferica, con Buthel Burns al basso, Cedric Goodman alla batteria e gli italiani Davide Ghidoni alla tromba e i nostri, che ci coccoliamo tutte le volte che sono in zona, Claudio Giovagnoli al sax e Michele Papadia all’organo Hammond, diventando nel giro di pochi anni un solido, affidabile e prestigioso punto di riferimento della scena musicale serba prima, per poi espatriare e portarsi dietro il suo sound e il suo dolore nei Paesi Bassi, in Germania, di là dal mare in Asia e negli Stati Uniti e da qualche anno in tutta l'Europa occidentale. A Pistoia è successo quello che capita puntualmente altrove quando c’è lei, sul palcoscenico: un concentrato di potenza, eleganza, precisione, pulizia, un rockblues di esemplare nitore, con quella sei corde e quella voce, metalliche e irriverenti, che squarciano il lieto vivere, lo strapazzano e lo lasciano così come lo hanno trovato, senza dare spiegazioni e senza volerne dare, un’insolente offerta di buonissima musica recapitata a chi non necessita di fusa, salamelecchi, cerimonie. Ana Popovic è una meravigliosa macchina musicale, da guerra, si potrebbe aggiungere, per rendere l’idea, ma con lei, quel termine, riecheggia conflitti veri, mostruosi spargimenti di sangue. Al posto di una mitraglietta, Ana Popovic ha preferito imbracciare la chitarra, lasciandosi sedurre da altri miti, quella che l’hanno alfabetizzata al Blues, prima e al jazz e al rock più tardi, costruendone un’eccellente femmina dello spettacolo. Una considerevole e considerata quota rosa; una donna che ha preso il posto e la scena che la storia del Blues ha sempre assegnato agli uomini, senza rivendicarne, per censo e chimica e ipocrite quote percentuali, la parità, ma conquistandosela a suon di esibizioni, concerti e critiche, trasversali, che l’hanno ormai incoronata come una delle più attendibili e autorevoli signore della musica. Lo fa senza dimenticare mai la propria femminilità, che non le vieta comunque di essere, strumentalmente, un concentrato tra B.B. King (dieci volte a Pistoia) e Robben Ford (arriva domenica), con una punta doverosa verso Pat Metheny, un frullato di suggerimenti, studi e attente lezioni prese che le regalano un’armonia fragorosa, singolarissima, entusiasmante, quella che le consente di salutare il pubblico che la sta osannando un attimo prima che il concerto abbia fine, senza tornare indietro, per un bis che non ci sarà: le repliche le concede alla sua gente, alla sua terra, ai suoi fratelli, ai musicisti come lei, che hanno studiato duro per arrivare dove sono.

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