
PISTOIA. Più telefonini ci sono, usati a telecamera, e meno il concerto vale. Ma quando i telefonini sono accesi e rivolti verso il palco, la piazza, piazza del Duomo compresa, è tutto fuorché desolatamente vuota, anche se sul palco non si sta consumando un evento, ma si stanno snocciolando musiche da spot pubblicitari, quelle che basta sentirle una volta per non dimenticarle più. E allora, viva Nel Gallagher, come i Thirty seconds to Mars, del resto, che sono i gruppi che fanno torcere il naso ai puristi, ma che consentono alla Tafuro dinasty di ospitare mostri sacri come Robben Ford, rimetterci, e compensare le perdite, lamentate con i concerti dei cittadini onorari, con gli spettacoli di quei personaggi che con il Blues non hanno nulla a che vedere.
Due anni fa, a Fiesole, al Teatro Romano, la direzione artistica dell’estate fiorentina ha organizzato una serata con Billy Cobham alla batteria e Jimmi Haslip al basso: i musicisti che leggono, dopo aver scorto i due nomi, si sono inginocchiati; gli altri han fatto finta di sapere di chi si tratti, ma li ignorano. Bene, a vedere e ascoltare i due maestri c’erano meno di duecento persone. A noi, spettatori ultra privilegiati, non parve il vero; agli organizzatori, un po’ meno. Ma siccome di queste cose ne parliamo e scriviamo da circa trent’anni e oltre a non averne più voglia dobbiamo arrenderci alla constatazione che non ne abbia più alcun senso, semmai ne abbia vuto in passato, chiudiamo qui la conversazione, prima che prenda corpo. Domani sera, dopo la parentesi pop metropolitana di Antonello Venditti, Ben Harper chiuderà la 40esima edizione del Festival Blues di Pistoia. Da giovedì mattina, la città, bigotta e massona, inizierà a discutere se valga la pena o meno continuare con questo Festival, inframezzando la querelle musicale con l’altro scottante ordine del giorno degli intrattenimenti: la Giostra dell’orso. Se il Festival chiude i battenti, i concerti, da spettatori privilegiati non paganti quali siamo, andremo a vederli altrove; a vedere i cavalli correre per abbattere un batacchio, invece, non ci andremo mai: né qui, né altrove.
