POGGIO A CAIANO (PO). Gli occhiali scuri, che fanno molto fashion, o comunque rocker d’annata, sono soltanto un’inevitabile esigenza ottica, perché le luci dei riflettori lo annebbiano. La voce però, al di là di ogni ragionevole riverbero, è quella che non ammette repliche, che concilia all’eleganza, al gusto, alla cortesia, come se il 31 maggio 1953, quando è nato, la mamma e il papà gli avessero instillato, nel sangue, un po’ di Ray Charles, una dose di Steve Wonder, un pizzico di José Felicano, qualche spezia di Al Jarreau, un’unghia di George Benson, una grattatina sparsa un po’ su tutto il corpo di bossanova, raccomandandogli, inoltre, da subito, come se il mix neonatale non fosse già sufficiente a farne un talento, di ascoltare, crescendo, il collega Pino Daniele. Senza sforzo alcuno, Fabio Concato, che ieri sera ha ulteriormente ingentilito la Villa Medicea di Poggio a Caiano nel secondo appuntamento del Festival delle Colline, non ha mai dimenticato le raccomandazioni impartitegli e oggi, a quarantacinque anni dai suoi esordi, è esattamente lo stesso, come se non fosse cambiato niente, da allora.

Mantenere inalterato il sound, con un quartetto strumentale come quello che l’accompagna in tournée, del resto, non è certo complicato. Ad iniziare da Ornella D’Urbano, alle tastiere e all’organo, arrangiatrice prediletta, devota, divertita e grata; passando per la chitarra di Larry Tomassini, alter ego a corde di Stefano Casali al basso e l’imponente Gabriele Palazzi, alla batteria, fieramente e orgogliosamente innamorato dei propri ritmi, oggettivamente magistrali. Novità da presentare non ce ne sono, verissimo; il concerto sarà sicuramente una piacevolissima rivisitazione delle sue stagioni migliori, che coincidono con il ventennio d’oro della musica in assoluto, gli ’80 e i ’90. Tra il pubblico, infatti, che obbliga l’organizzazione a vendere tagliandi per posti in piedi, giovinastri non ce ne sono, nemmeno quelli che ambiscono a diventare cantanti (e si vede, poi, ascoltandoli gracidare in giro). Gli spettatori sono quasi tutti inguaribili nostalgici, grati a Fabio Concato per aver sussurrato a un’intera generazione che la rima prediletta di cuore sia amore, certo, ma all’interno di racconti e poesie mai banali, con un fio di voce in si bemolle, trascrivendo nell’indelebile memoria collettiva le emozioni dei figli (Carlotta e Giulia, nella circostanza, anche se alla primogenita Carlotta, il papà ha dedicato forse il meglio, Fiore di maggio), la sempiterna gratitudine al papà musicista, l’orribile violenza subita dai bambini nati in famiglie sbagliate e tutti gli appunti di viaggio presi da un navigatore solitario, che alle intemperie del mare aperto e burrascoso, ha preferito il cabotaggio, girando molto, ma senza allontanarsi mai troppo dalla costa. Senza mai dimenticarsi, all’inizio, durante o subito dopo i riff che lo hanno reso indimenticabile, se non leggendario, di esercitarsi in adorabili scat, eseguiti con la padronanza dei maschi del quartetto dei Manhattan Transfer o del vocalista per eccellenza, Bob McFerrin. La grinta che non aveva, Fabio Concato, non l’avrà mai, siamo disposti a scommettere, che è quella che gli inibisce le grandi platee, gli anfiteatri e gli stadi, convincendo i manovratori dello star system che la sua voce sia necessariamente relegabile agli spettacoli confidenziali, quelli dei teatri, delle Ville più o meno Medicee, ma non per le folle oceaniche, da esodo o controesodo, come per Vasco Rossi (l’affetto che gli tributano va ben oltre qualsiasi logica spiegazione), tanto per citarne uno, o meglio, l’unico. Dopo oltre due ore di chiacchiere in amicizia, tanta buona, buonissima, musica, cantata da uno dei diaframma più raffinati di questo paese (l’altro è Edoardo De Crescenzo, anche lui, probabilmente per gli stessi motivi, tenuto in disparte dai grandi circuiti), la folla ordinata e rispettosa ha atteso invano tanto la seconda parte, quanto il dibattito, che Fabio Concato aveva promesso avrebbe intavolato al termine della prima rassegna strumentale. Il bis, in compenso, atteso meno dei venti minuti scanditi in un teatro romano, c’è stato, subito dopo aver omaggiato Pino Daniele con un piccolissimo, ma inconfondibile accenno alla sua Je so’ pazzo e aver ricordato uno dei suoi maestri, Joao Gilberto, morto proprio in questi giorni, a 88 anni, in una spietata e ingrata solitudine.

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