
PISTOIA. La Piazza, quella del Duomo, risponde presente, in modo massiccio, partecipativo, compatto. Per la chiusura del sipario sulla 40esima edizione del Festival Blues, la Tafuro Dinasty gioca il jolly, assoldando per l’epilogo, dopo quattro piacevolissime serate, ma dai contenuti strumentali e politici ondivaghi, un personaggio dal sold out assicurato, con tanto di certificazione politica corretta incorporata, il californiano Ben Harper. Asciutto, in forma, nonostante i 53 anni inizino a rivendicare i primi acciacchi, per lo più mnemonici, con tutto il sound che lo contraddistingue e che è la summa di tutto il poprockblues giunto fino ai suoi giorni. Succede spesso, durante l’interpretazione delle sue canzoni, che si scorga, nella sua musicalità, un mix di tutto quello che è successo prima che diventasse famoso: dai Beatles, ai Led Zeppellin, con un inchino, crocieristico, a Jimi Hendrix, cavalcando l’onda, anche se da californiano non proprio autenticissimo (papà cherokee, mamma ebrea, di origine lituane), di tutto il rockblues.
Il bis, che concede seduto, a una piazza gremita come nelle migliori occasioni (e Ben Harper è una di queste), si chiude sulle note di Superstition, di Steve Wonder, riprodotta con spudorata fedeltà dai suoi, inseparabili, ma nell’occasione in terzetto e non nel solito quadrumvirato, Innocent Criminals (Leon Mobley alle percussioni, Juan Nelson al basso e, alla batteria, Oliver Charles), che ne esaltano, come succede per due terzi dell’esibizione, la vocazione ritmica. Due ore precise - nemmeno avesse azionato una sveglia sui 120 minuti di programmazione – nelle quali il veemente 53enne, strappato con dovizia al mondo della moda, ha dato vita e lustro a tutto il proprio repertorio, concentrato, con un fonico che ha superato l’intera manifestazione a pieni voti, a dare lustro e spettacolarità ai tempi, scanditi, con nitore e fragore, dalla batteria e dal basso. La sua voce, altro inevitabile mix del vocalismo che ha fatto grandi, leggendari, gli anni ‘70 e ’80, è stata sistematicamente servita in tutta la sua magniloquenza, offrendo al pubblico le versioni predilette del parolare di Harper. A venti minuti dalla mezzanotte, la folla da stadio che ha riempito, per l’ultima volta, in questo 2019, la piazza dei concerti, sul megapalcoscenico è calata l’ultima notte. Molti spettatori hanno ripreso la strada di casa; qualcuno ha deciso di continuare a bighellonare per il centro, felice, quest’ultimo, di vivere un mercoledì come se si trattasse di un sabato, mentre gli insaziabili della musica, con un sottotitolo obbligatorio alla pagina degli alcolici, i tossici delle notti che non ci saranno più, stile Tito’s anni ’90, si sono riversati al Megik Ozne, uno degli ultimi insalubri bugigattoli dove si macina ancora musica dal vivo, per non disperdere, immediatamente, la carica energetica ricevuta da Ben Harper. Dei bilanci, quelli che si faranno in Consiglio Comunale e sulle pagine dei quotidiani locali, a caccia di cifre, percentuali e qualche dettaglio di cronaca, a noi, non interessa assolutamente nulla. Ci preme invece ringraziare, per l’ennesima volta, Giovanni Tafuro e family per aver, ancora una volta, allestito il Festival Blues, portandosi dietro, ma chiudendole precauzionalmente in uno zaino, tutte le controversie legate, da trentanove anni a questa parte, all’evento: è blues, non è blues? mercatino sì, mercatino no? la piazza si deturpa; la piazza, senza il Blues, che piazza è e tutto quello che ormai colora, con pastelli tenui, rasenti l'agonia, il prima, il durante e il dopo Festival. Aspettiamo, senza alcuna trepidazione, ma pronti a promuovere e sposare nuove iniziative, qualcuno che sappia fare di meglio: se non si presenta, però, non rompete il cazzo. E andatevene al mare; in Versilia, preferibilmente.
