SERRAVALLE (PT). Lo zoccolo duro dei puristi pistoiesi, quello che si ostina a disertare il Festival Blues accusandolo di non conservare più la matrice originaria musicale della manifestazione, ieri sera, 28 agosto, all’ultima serata della 18esima rassegna Serravalle Jazz non c’era. Per fortuna (eravamo in molti, si sarebbe stati peggio). Sì, perché non si è proprio parlato esclusivamente di jazz. Ma siamo stati benissimo, comunque, e parecchio. Prima del doppio concerto di chiusura affidato all’ArteCetra Quartet, prima e ai Vocal Blues Trains dopo, la Rocca di Castruccio, dove da circa venti anni si svolge la manifestazione ideata da Maurizio Tuci che ha goduto, via via, di alcuni importanti appoggi non solo morali (l’Associazione teatrale pistoiese su tutti) e di un crescente interesse mediatico anche da coloro che di musica non ne hanno mai capito nulla, ha messo in mostra tre doppie serate di notevole spessore, con il Quartetto di Rosa Emilia Dias, in apertura, seguita, da Barga Jazz Orchestra, domenica, per poi consumarsi, lunedì e martedì, rispettivamente, con Stefano Cocco Cantini Trio, prima e Danilo Rea dopo (al quale è stato assegnato giustamente il premio Renato Sellani) e il duo Benesperi/Frasi e Etnia Immaginaria.

Ma noi non c’eravamo e per questo non ve ne abbiamo parlato. Ieri sera, sì; ed eccoci. Rebecca Scorcelletti, da qualche tempo, si è messa all’anima di dare giusto lustro e immortalità ad una della formazioni vocali, di per sé eterne, più interessanti: il Quartetto Cetra. Quello, tanto per intenderci (mi rivolgo ai vecchietti come noi), formato da Felice Chiusano, Giovanni Tata Giacobetti, Lucia Mannucci e Antonio Virgilio Savona che spopolò in una televisione in bianco e nero che ospitava solo e soltanto addetti ai lavori, in tutti i campi, musica compresa. Ha studiato tutto nei dettagli, tassonomicamente, informandosi, indagando e confidando, nella realizzazione del suo progetto, nel fratello Ferruccio, Edoardo Rosadini e Andrea Sacchettini per riformare il quartetto senza quote rosa e chiedendo, strumentalmente, mano al marito, Antonino Siringo (un genio di professionalità, passione e tanta, ma tanta, cazzimme) al piano, Nino Pellegrini al contrabbasso e Andrea Melani alla batteria per ricreare tutto il sound di quei motivi che hanno aperto la strada, inconsapevolmente, ma ineludibilmente, solo confinando la ricerca ai confini italici, ai Mau Mau, le Voci Atroci e i Neri per caso. Un lavoro certosino, quello di Rebecca Scorcelletti, che del resto, conoscendola da vicinissimo, non avrebbe potuto portare a termine che in questo modo, con uno studio, meticolosissimo, di solfeggi, vocalismi, controcanti, rendendo al quartetto vocale nato tra le due guerre il giusto merito. Certo, i più giovani, se non supportati da seminari e interessi e curiosità, ad oggi, sconosciuti, stenteranno a lasciarsi affascinare da quelle melodie, che Rebecca Scorcelletti, in pieno accordo con il resto canoro e strumentale della formazione, sta già impalcando e proiettando verso un’ottica revisionale che senza nulla togliere alla matrice originaria dei suoi protagonisti, riuscirà a catapultare nel terzo millennio. Cosa che riescono a fare, perfettamente, i Vocal Blue Trains, che hanno animato la seconda esibizione della quarta e ultima serata del Serravalle Jazz, in un approccio umorale e musicale meno difficoltoso della formazione che li ha preceduti, ma comunque di ottimo respiro, quello che il nutritissimo stuolo di vocalisti (sono un esercito, tra baritoni, tenori e mezzosoprani, da Jesus Christ Superstar), diretti da Alessandro Gerini, ha impiantato sul palco, disposto discutibilmente in orizzontale, rispetto alle precedenti diciassette edizioni, impreziosendo le esibizioni canore con una coreografia molto spiritual, molto statunitense, molto X Factor, che non poteva non incontrare il gradimento del pubblico, che quando è scoccata l’ora si è improvvisamente ringiovanito, trasformando camaleonticamente i dati anagrafici dei presenti.

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