EMPOLI (FI). Si capisce. Si supercapisce. Di questo Fulminacci (Filippo il nome di battesimo; il cognome è ancora avvolto nel mistero), se ne sentirà parlare. Presto. E inevitabilmente. Sì, perché è un predestinato, con quella faccia qualsiasi, con la barba da adolescente che non vuole crescere, senza orecchini, né piercing, con lo sguardo furbo, scaltro, ma che non incute alcuna preoccupazione, quella musica qualsiasi e quei testi lungi dal voler essere rivoluzionari, terribilmente logici, ritmati e rimati come chiunque vorrebbe e farebbe, che esaltano la vita reale, quella del mondo di mezzo, dove ci sono quelli, la stragrande maggioranza, dei quali nessuno parla mai, perché non c’è nulla da dire. Con almeno un’eccezione: Fulminacci. La sua voce, anche nel più intimo del diaframma, ricorda maledettamente quella di Daniele Silvestri, così come i testi, che richiamano alla memoria un altro illustre rappresentante della musica d’autore pop italiana, Lorenzo Cherubini. È esploso al concertone del 1° maggio, ‘sto regazzino, a Roma, città che l’ha buttato nella mischia, dopo averlo partorito, poco più di venti anni fa e nonostante in quel calderone ci vengano messi a cuocere un sacco di improvvisati, Fulminacci, er pischello de periferia, ma di una periferia deontologicamente identificabile e non drammatica e borderline, ha subito messo in chiaro le cose: io, ci sono, ma solo se mi fate fare come mi pare, perché di fare quello che volete voi e il vostro pubblico, non ne ho voglia.

Ieri sera, 30 agosto, è stato uno dei due richiami della prima serata della quinta edizione del Beat Festival di Empoli, sul versante ovest di Firenze, al Parco di Serravalle, una sterminata vallata che potrebbe far gola a Jovanotti, con Clavdio, altro giovanissimo rampollo metropolitano. Il palco che ha ospitato le esibizioni dei due enfant prodige capitolini è quello minore; su quello disposto di là dalla zona ristoro (evitate i fritti, ci raccomandiamo) saliranno i big di questa edizione empolese del Beat Festival, da stasera fino al prossimo 6 settembre; minore per dimensioni, non per calore, perché le centinaia di giovanissimi che cantavano con Fulminacci le canzoni del suo primo e per ora unico album, non avevano nulla da invidiare ai cori oceanici che accompagnano i song delle stelle del firmamento musicale. Non siamo lungimiranti scopritori di talenti in erba; di questo ragazzino così normale e anche un po’ vecchio, nelle pose e negli atteggiamenti, se ne sono accorti già in molti, a cominciare dal Premio Tenco, che nel 2019 l’ha meritevolmente incoronato come miglior cantautore. Sul palco, come fuori, nel backstage, Fulminacci vive la vita veramente (questo il titolo della sua prima registrazione) proprio come se fosse la sua, ma anche quella di un sacco di altre persone, che lo somigliano, molto, soprattutto per anonimato selvaggio. Canta senza divincolarsi, come se fosse consapevole che il pubblico – ma dubitiamo che dietro ci sia uno studio febbrile di marketing -, dopo aver fatto incetta di eroi, supereroi, personaggi fatali e maledetti, voglia ritrovarsi e riconoscersi in questa nuova colonna sonora esistenziale, dove il loro crooner, che rappeggia un po’, ma con moderazione e oculatezza, canta semplicemente la vita che gira intorno a tutti, la vita veramente. Nei suoi video, falsamente artigianali (qui, lo studio pubblicitario è sin troppo evidente), ci sono gli angoli meno suggestivi di una capitale che non viene messa alla berlina dalle invasioni di spazzatura, topi e buche, ma che invoca di poter tornare al proprio antico splendore; a chiederlo sono proprio i cittadini di tutte le periferie che possono ancora salvarsi e che hanno chiesto a Fulminacci di essere il loro leader, il loro cantore.

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