
PISTOIA. La frangia sugli occhi, che lo tiene a riparo dal sole, dalla luce, dal prossimo. Non ha paura, comunque, Lorenzo Del Pero (foto Lorenzo Gori), non ne ha mai avuta, ma ha capito e deciso che il suo cosmo si incastri con estrema difficoltà con i meccanismi che regolano quelli di tutti gli altri e allora ha preferito, da tempo, delegare le trattative ufficiali alla musica e alle parole che le disegna sopra, formando degli arazzi dai colori sgargianti, in cui domina, puntualmente, il nero. Del suo nuovo lavoro (inviatoci in anteprima, da buoni privilegiati quali sappiamo di essere) ve ne abbiamo già benevolmente parlato: un ottimo concentrato di vecchie istigazioni e nuovi malesseri, ballate d’altri tempi che tornano puntualmente di moda, un esperanto di musica e testi di autori ascoltati, ammirati, divorati, vomitati, riletti. Ieri però, Dell’Amore animale, dell’Amore dell’Uomo, dell’Amore di un Dio (Vrec Music Label /Audioglobe distribuzione) è stato ufficialmente presentato. Al Funaro, a Pistoia, davanti alla sua gente, molta, che lo conosce e lo apprezza, sapendo che per vederlo felice occorre sentirlo suonare, altrimenti, per vederlo sorridere, bisogna cercarlo chissaddove, con pochissime possibilità di trovarlo, tra l’altro.
Tra i tanti che hanno affollato la sala maggiore dell’associazione culturale pistoiese c’erano anche (delittuoso, se fossero mancate) Romina e Silvia, due donne che hanno rappresentato momenti importanti della sua esistenza (forse ce ne erano anche altre, ma non così decisive) e che ieri, con i nuovi loro mondi al seguito, erano lì, ad ascoltarlo, a ricordare e condividere, come allora, i sogni di stagioni passate, ma non dimenticate, a cominciare dalle canzoni che ha composto per loro, intitolandole con i loro nomi. Senza alcuna nostalgia, senza rancore, men che mai con stizza soffocata, ma con la corrisposta gratitudine di aver rappresentato, l’uno per le altre, passaggi importanti. Anche Maela Chiappini, cantante imponente, che accompagna l’uso disinvolto del diaframma con un’attorialità degna dei migliori palcoscenici, non solo timbrici e sonori, gli è grata. Per lei ha scritto le canzoni del suo album, ballate gucciniane meno prolisse, ma altrettanto poetiche e con lei sta passeggiando, non solo artisticamente, verso il tramonto, con la promessa, affatto tacita, ma scritta e addirittura cantata, fino a che morte non ci separi. Due ore in compagnia della loro musica, dei loro manifesti, della loro poesia, ritmata e rimata senza banalità, con la forza di volersi fare ascoltare, con ben otto strumentisti al seguito (Alessandro Pieri e Nicola Buscioni alle batterie; Francesco Pirolo al basso; Frank dd e Pamela Cerchi ai violini; Irene Betti all’arpa; Vincenzo Lo Monaco alle tastiere e Francesco Biadene alla chitarra), alcuni dei quali presenti in studio al momento della registrazione, che si sono alternati alle loro spalle segnando i tempi di questa duplice confessione apocrifa. Abbiamo fatto bene a non perderci la loro prima uscita ufficiale, perché ne avevamo silenziosamente e intimamente bisogno. Sì, certo, siamo tutti profondamente e sufficientemente scossi dalla deriva popolare nella quale stiamo supersonicamente rotolando, ma quando a confidarcelo è un Amico che ce lo racconta con poesia minimalmente ma efficacemente ritmata, l’effetto è un altro; non sono solo le solite parole, che condividiamo davanti a un buon rosso o a un caffè, ma è un grido furioso che lacera i timpani e arriva dentro, per restarci e farci compagnia, minacciandoci. Maela è solare, come il suo viso, le mani, il sorriso, la voce, gli orizzonti. Lorenzo vive in penombra, teme il calore e preferisce confidarsi all’ingiù, verso il asso, possibilmente all’inferno: anche stavolta non ha mai cercato sagome conosciute o consensi ammiccanti, ma si è soltanto concentrato sul fatto che il suo messaggio non restasse chiuso in una bottiglia, ma arrivasse quanto prima al più vicino approdo, per venire dispiegato e affisso ai muri del porto, all’alba, quando il sole non brucia.
