di Rebecca Scorcelletti

PISTOIA. Chissà fra quanto tempo potrò rileggere il diario di questi giorni e considerarlo memoria di un passato, passato. Chissà fra quanto potremo dire ti ricordi che si faceva in quei giorni, ricordi? Pensavamo che nulla sarebbe stato più come prima e ci credevamo, visto che tutto era potuto cambiare così improvvisamente e totalmente! Chi lo avrebbe mai detto di poter vuotare le strade dalla gente, gli uffici dalla frenesia, le scuole dai ragazzi, i treni dai pendolari, i telegiornali dai politici. Avremmo mai creduto di non sentire più il rumore del traffico, o quello delle tazzine nei bar, di indossare cappello, guanti e mascherina? A minacciare scenari simili sarebbe stato il solito catastrofista – complottista/terrapiattista in uno delle migliaia di video a disposizione sui social, e invece sta succedendo davvero, e gli eventi ci incalzano, scanditi dai bollettini, aggiornati di ora in ora. Le notizie scorrono e ricorrono nel sistema vascolare della Noosfera su fibra, rappresentazione concreta che solo l’era dell’Intelligenza Artificiale poteva dare della visione di Theillard De Chardin, una delle più grandi menti del XX secolo ad essersi occupate del passato e del futuro dell’uomo.
Sta succedendo davvero, tacciono uno a uno gli scettici e gli analisti; chi ha fatto la guerra e di ben altro si sarebbe spaventato, o si ammala o si chiude in casa. Si sta delineando sotto i nostri occhi, nelle nostre case affollate troppo o troppo poco, soprattutto nelle nostre menti (perché fuori la primavera fiorisce indisturbata) uno scenario di cui ancora sfugge il complessivo colpo d’occhio. Incapaci di intuire l’epilogo di un’epoca e il prologo di un’altra, ci accomodiamo nelle giornate che si susseguono come in una sala d’aspetto per nulla accogliente, lo sguardo che si sposta dalla porta da cui siamo entrati e da dove non possiamo più uscire a quella imperscrutabile che si aprirà quando arriverà il nostro turno. Ma perché parlare di epilogo? Restiamo ai fatti: per l’estensione del fenomeno pandemico, per l’entità dei danni economici, per una percezione sempre più collettiva della fragilità del sistema, per l’oggettivo coinvolgimento di ogni aspetto del vivere comunitario sia nazionale che internazionale. E perché parlare di prologo, soprattutto in questo momento in cui, per quanto ne sappiamo, tutto ma davvero tutto è possibile? Il motivo è esattamente questo! Adesso che qualcosa è riuscita a spiazzarci e a toglierci, per il momento, dai nostri scranni di verbosi opinionisti o annoiati quando non ignoranti fruitori; ora che siamo tutti un po’ più bambini, irrazionalmente impauriti e disorientati, combattiamo il virus dell’incredulità di questi giorni e vacciniamo il futuro con le più belle utopie. Ci sono medici sapientissimi che hanno le dita sul polso dell’umanità, ma per guarire occorre abbandonarsi alla cura. Sperare nel cambiamento è utile come raccogliere acqua in un colino. Credere nel cambiamento è già più onorevole, mettersi al servizio del cambiamento è da valorosi. Il vaccino ha un nome lungo ma semplice da ricordare: la terra è un solo paese, l’umanità i suoi cittadini. Aumenta le difese immunitarie contro atteggiamenti nemici di una corretta igiene mentale come il razzismo, il nazionalismo, il protezionismo e sviluppa gli anticorpi necessari a una concreta unità nella diversità, la strada più logica, diciamo pure più scientifica, per una serena convivenza della specie umana a bordo del pianeta terra. Magari non la nostra generazione, ma arriveremo comunque a una soluzione del genere. Non si può dimostrare, ma nemmeno confutare. Circolano invero delle teorie alternative a quella legata al cambiamento della coscienza collettiva, come ad esempio l’immunità di gregge. Pare che a forza di sacrificare la vita e la fede degli uomini giungeremo comunque ad imboccare la direzione giusta, diciamo come estrema ratio. Allora, la porta che si aprirà non sarà un portone, ma un pertugio.
