
PISTOIA. Chi lo professava e profettizzava, ha avuto improvvisamente ragione; per salvarci, da questa pandemia, ma anche da tutte quelle che verranno a cascata, non solo quelle aeree, figlie di pipistrelli mangiati crudi o manipolazioni di laboratorio, occorre, indispensabilmente, decrescere. Non c’è altra soluzione: o iniziamo, tutti, a fare qualche passo indietro, o in avanti non riuscirà ad andare più nessuno. Chi, negli anni ’70, sfilando in corteo per le vie delle grandi metropoli, inneggiava, tra l’altro, lavorare meno, lavorare tutti, potrà rivendicare la paternità di certe premonizioni. Ma non è di diritti, anche d’autore, che vorremmo parlarvi, ma di doveri. Dobbiamo ripartire le ricchezze in modo equo e solidale e concentrare e destinare le risorse e i guadagni nel mondo della ricerca, dell’istruzione e della cultura. Altrimenti, non se ne esce, perché superata questa folle bolla pandemica, altre sono già in agguato, aspettando, sadicamente, il nostro prossimo sbaglio (c’è solo l’imbarazzo della scelta; ne facciamo in quantità industriale), per aggredirci, tramortirci, vincerci.
Perché una volta tornati alle nostre quotidiane occupazioni, dobbiamo indispensabilmente dimostrare a noi stessi di aver capito. Cosa? Che a questi ritmi non si può procedere. Che bisogna allargare il fronte occupazionale; riducendo i guadagni, che saranno sufficienti a farci sopravvivere perché, automaticamente, si ridurranno anche i costi. Che occorre trasformare le industrie belliche in industrie di pace; ma non solo smettendo di costruire i già inutilissimi e dannosi F35, ma anche tutto ciò che ha bisogno di carburante, per esistere. Per questo occorre una ricerca che possa permettersi il lusso di sperimentare tutto ciò che riduca, al minimo, ogni impatto ambientale (energia alternativa, solare, canapa), a cominciare dai trasporti, in particolare quelli pubblici, che non dovranno essere una valida alternativa all’uso dei mezzi privati, ma la norma. Senza inquinamento, il lavoro agile (è vero, smart working è più fico, ma non conosciamo benissimo l’inglese, preferiamo confidare nel nostro meraviglioso idioma) si ridurrebbe a chi ne ha veramente bisogno e nei fine settimana, inoltre, dove il popolo della notte, abitualmente patentato, si muove in cerca di distrazioni, illusioni e chimere, potrebbe raggiungere le ammalianti destinazioni servendosi dei treni, in funzione sempre. Prima di pensare e scrivere a ciò che sarà opportuno fare dopo, però, occorre risolvere la contingenza, che nonostante i goffi tentativi di sdemonizzazione da parte di qualche demagogo imbecille di turno, è semplicemente drammatica: si muore come mosche, in un’emergenza sanitaria che lambisce la crudeltà, spesso il sadismo, di dover scegliere, tra due pazienti, a chi fornire il respiratore e chi lasciar morire. I ricchi, che si dividono in più categorie: i sensibili naturali, i sensibili indotti e quelli spronati da una coscienza lurida, stanno già provvedendo con donazioni; quelli che ancora non si sono mossi, occorre agitarli un po’ e ricordar loro che una volta passata la tempesta, nulla, ma proprio nulla, sarà più come prima. Ultimo capitolo, gli avanzi, che sono quelli che non rispettano le regole, i vandali, i menefreghisti, figli minori di un ceto delinquenziale assai maggiore, numeroso e più pericoloso: occorre (ri)educarli. Per modalità e tempi, a tal proposito, ne riparleremo alla prossima pandemia, qualora nel frattempo non si sia già provveduto.
