
PISTOIA. Quando, da giovani, ascoltavamo i Wather Report, Jimi Hendrix, i Doors, sui vinili o andando a concerti spesso non autorizzati, i nostri genitori, cresciuti a pane e Marisa Sannia e Orietta Berti, che seguivano in radio o a Canzonissima, non capivano, non ci capivano e soprattutto non si sforzavano minimamente di capire. Noi, invece, che avevamo capito tutto, ovviamente, li guardavamo con tenerezza, tagliando corto sulla loro imperdonabile miopia. Questa innocente riflessione è nata ieri sera, quando piazza del Duomo, a Pistoia, ha nuovamente illuminato il palcoscenico di questa Storytellers accendendo i riflettori su Frah Quintale, di cui, sempre fino a ieri sera, ne ignoravamo l’esistenza. Noi soltanto però, perché le migliaia di ragazzi che hanno seguito il concerto e che si sono comportati con ogni precauzione ben oltre ogni ragionevole prudenza, oltre a sapere perfettamente chi fosse, ne conoscevano, a mena dito, ogni strofa. Avremmo dovuto ascoltarlo bene anche noi, Frah Quintale, che all’inizio avevamo pensato si trattasse di un rigurgito asterixiano o un irriverente tributo manzoniano, ma siamo stati, comprensibilmente, rapiti dall’afflato (il termine groove appartiene alla nostra generazione) con il quale, questo illustre sconosciuto, abbia interagito, per circa due ore, con una fetta consistente di elettori.
Che non si lasciano minimamente incantare dalle novelle politiche, eleggendo invece a loro beniamini ragazzotti che probabilmente non hanno frequentato gli studi classici o ingegneristici. Una generazione che noi, che apparteniamo alla precedente, snobbiamo con la stessa approssimazione con la quale, quella che ci ha messo al mondo, ha tentato di svilire la nostra. E invece, i nostri figli, sono sistematicamente meglio di noi e a loro volta, saranno peggiori dei loro. Ma siamo stati a un concerto o a una seduta psichiatrica? No, certo, a un concerto, dove la musica e l’emozione l’han fatta fortunatamente da padrone, innescando quel meccanismo meraviglioso che solo la musica dal vivo riesce a fare: liberarsi e liberare. Dalla pesantezza quotidiana, dai rigori sociali, dal manicheismo. Lo han fatto, i ragazzi di piazza del Duomo, cantando, ballando, sbaciucchiandosi con gusto, insieme al protagonista e alle sue storie, che sono anche e soprattutto le loro e per questo non hanno la minima difficoltà a riconoscersi dentro quei testi, dentro quelle tematiche, dentro quelle speranze, dentro quella voglia di non fare come è stato fatto fino ad ora e, visti i risultati, difficile dar loro torto.

Prima della stella della serata, però sul palco, per un set di oltre un’ora, un altro personaggio trasversale, che sfugge ai radar di noi vecchi tronfi intellettuali e arriva, senza filtri, ai cuori e nelle corde emotive del pubblico: Venèrus (l’accento è d’obbligo, ma solo per noi, che altrimenti lo avremmo chiamato Vènerus). Il concetto dominante resta lo stesso, con una piccola variazione semantica alla quale teniamo particolarmente: la musica. Lo scriviamo solo perché alla chitarra ci fosse Danny Bronzini, che abbiamo visto crescere, anagraficamente e musicalmente, a vista d’occhio? Anche, certo, perché conosciamo il suo rigore sonoro, la sua professionalità e soprattutto da dove arrivi questo ex ragazzo di Ponsacco cresciuto nella scuola di Nick Becattini e divoratore seriale di Carlos Santana. Le incidenze del suo maestro e del suo idolo sono sistematicamente rintracciabili ogni volta che si esibisce: del professor ha assunto pose, stratagemmi, impostazione, compreso il serrarsi le labbra al cospetto di un assolo; del suo totem, il gusto di quel suono andino, sudamericano, quelle note lunghe, interminabili, profonde, struggenti. Certo, non è solo, Danny. Con l’ex turnista di Jovanotti e con tutto il suo cospicuo bagaglio blues, ci sono anche altri giovani pezzi pregiati (di Venerus inutile parlarne, soprattutto per voi che lo conoscete alla perfezione): Danilo Menna alla batteria, ad esempio, Andrea Colicchia al basso, Vittorio Gervasi al sax, Filippo Cimatti ai suoni, Andrea Cerrato come fonico e, antilope latinoamericana, Arya Delgado, ai cori. Li citiamo tutti, i musicisti, perché è utile sottolineare la congiunzione astrale operata dalla poesia, ermetica, ma non troppo, del bandleader Venerus e il sound, molto Jamiroquai (che equivale a funk: cultura e divertimento) della formazione. Per la cronaca, i soloni e i puristi non c’erano nemmeno ieri sera; qualcuno era nella villa al Forte, altri a disquisire sulle seconde case in Versilia, altri ancora sull’euro e i migranti e quale sia la relazione che lega la demagogia, la disperazione e la moneta unica. Ma parecchi a non sapere dove si fossero cacciati i loro figli, visto che l'Europeo di calcio fosse già finito: erano al concerto, comunque, state tranquilli. Li abbiamo visti e ci han detto di dirvi che si sono divertiti. Un sacco!
