PISTOIA. Scrivono ricordi Bob Dylan; affatto, per fortuna, altrimenti… sai che palle! Con Kristian Matsson invece, che ha scelto uno pseudonimo troppo lungo per entrare nell’immaginario collettivo, The Tallest Man of Heart (fallo più corto, dacce retta), oltre che ascoltare una voce policroma, che spesso e volentieri potrebbe procedere a cappella senza svilire di un atomo, e assistere a divertenti esercizi ginnici, supportati da un uso estremamente confidenziale e disinvolto della musica, ci si diverte parecchio. Peccato che, al di là della nostra crassa ignoranza anglofona, anche chi habla spigliatamente english, con le sue canzoni, sovente non è riuscito a cogliere il nesso poetico. E sì che il quasi quarantenne svedese, che della parola ne fa, sapientemente, un uso profondo, del significato delle denunce dovrebbe averne grande cura. Ma al di là di ogni previsione sul suo futuro, roseo o presto cestinato nel dimenticatoio, resta il fatto che questo ragazzotto, pulito, felice, senza tatuaggi, senza smalto, senza trucchi, con muscoli figli di una moderata frequenza palestrante, risvoltini ad hoc e mocassimi trendy, poco liquido, insomma, anche se fosse profondamente omosessuale, sul palcoscenico si trovi particolarmente bene e ieri sera, antipasto di nicchia per l’edizione 2022 del Festival Blues, alla Fortezza Santa Barbara, in un’ora e mezzo scarsa di esibizione ha confermato, a tutti quelli che non avevan alcun dubbio, a tal proposito, che se si parla di cantautorato d’autore, beh, lui può farne parte, anche con quella dose aggiuntiva, ma indispensabile, nel terzo millennio, di una velata teatralità.

Per i primi quattro brani, in scaletta, ha cambiato altrettante chitarre, consegnategli, puntualmente a fine esibizione, da uno dei suoi addetti per la successiva. A noi, forse perché di Bob Dylan ne abbiamo fatto sempre volentieri a meno, ha ricordato molto di più, facendoci sorridere e regalandoci benessere, Bruce Springsteen, uno dei pochissimi, appartenente al panorama cosmico dei fuoriclasse, assenti in questi quarantadue anni di Festival (ma non è colpa dei Tafuro se il Boss non abbia mai solcato piazza del Duomo; e non scriviamo il nome del responsabile solo per oblio). Il meteo aveva sentenziato rovesci temporaleschi, per ieri sera, ma sembrava aver nuovamente sbagliato diagnosi; certo, dal cielo, i fulmini a ripetizione illuminavano il muro di cinta, ma d’acqua non ne cadeva. Fino a quando l’aria non ha improvvisamente acquistato un odore meno acre e soffocante; un quarto d’ora abbondante di pioggia di una discreta consistenza, che non ha affatto spaventato le centinaia di giovani spettatori, che sembravano non aspettare altro, tanto che oltre che non muoversi dalle rispettive postazioni numerate, hanno deciso di ringraziare lo svedese e Giove Pluvio alzandosi improvvisamente per andare, proprio sotto il palco, a ballare. Quest’anno vi promettiamo che non faremo mai cenno, nelle recensioni che vi offriremo di ogni singolo evento in scaletta, dei detrattori del Festival, equamente distribuiti tra chi preferirebbe non averlo mai ospitarlo e chi si ostini a dire che di Blues, nei concerti pistoiesi, non sia rimasto che, a stento, a malapena l’odore. Stasera, a proposito (aggratis, tra l’altro), con Eugenio Finardi, uno dei personaggi più influenti della musica e della poesia italiana degli anni ’70, autore di due Lp in sequenza di rara bellezza e profondità (Sugo e Diesel), ci sarà Fabio Treves, personaggio di spicco monumentale della scena Blues italiana importata nel Mondo.

 

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