LIVORNO. Rende perfettamente l’idea, il Megik Cult di Livorno, davanti a una piccola insenatura del porto, sotto la strada che costeggia la città. In alcuni momenti, quando tutto intorno tace – e ovattata dal mare, questa situazione, accade più di quanto si pensi – il nulla è squarciato soltanto dai garriti dei gabbiani che sanno perfettamente che, da qualche parte, qualcosa da mangiare lo troveranno. Il loro stridulare è solo un segnale di vita; non vogliono avvertire nessuno, non vogliono salvare nessuno, nemmeno le loro prede, che spesso sono solo carcasse, già morte e decomposte e che hanno ammainato da tempo la vela del nascondiglio. Rende perfettamente l’idea, il Megik Cult di Livorno, soprattutto quando in questo avamposto da sbarco del ‘43 – e succede spesso, molto più di quanto si possa immaginare -, in questo fascinoso sottoscala, in questo modesto rifugio antiaereo, si suona. Come ieri sera, come ieri notte, quando nell’intercapedine in pietra nato, probabilmente, per mettere a riparo cibi e vettovaglie, Michele Beneforti, Enrico Cecconi e Lorenzo Frati hanno deliziato i fedelissimi di quella nicchia, invisibile se non si scende all’altezza della linea del mare, con il loro Blues. Quante volte ve ne abbiamo parlato della chitarra di Michele Beneforti, che somiglia, maledettamente, a quella del suo maestro Nick Becattini, che ha smesso, quest’ultimo, di suonare, ma non certo di farsi ascoltare, anche quando la imbraccia, anche quando segue, con le contrazioni dei muscoli del viso e delle labbra, serrate dalla concentrazione, il sound che la sua sei corde sprigiona; e quante volte abbiamo scritto della batteria di Enrico Cecconi, di cui iniziammo a glorificarne tempi, battute e ritmica quando l’allievo di Ginger Baker, non ancora maggiorenne, informò amici e soprattutto famiglia che la sua vita sarebbe coincisa con la musica. Dell’organo Hammond di Lorenzo Frati, invece, è la prima volta che ne parliamo, ma non perché il ragazzo, con l’aspetto del laureando in ingegneria, non sia e non sia stato all’altezza dell’onorifico e oneroso compito strumentale notturno, ma perché, fino a oggi, dove le nostre scorribande notturne alla ricerca di anfratti dove sentir suonare dal vivo diminuiscono in ragione dell’incedere della nostra età, non avevamo ancora avuto il piacere e l’onore di ascoltarlo. Poco dopo la mezzanotte, come una Cenerentola caduca e stanca, più che preoccupata, visto che a casa non ci aspetta più nessuno, abbiamo salutato la compagnia dei presenti, con i quali, nonostante non ne conoscessimo uno abbiamo immediatamente familiarizzato praticamente con tutti (ma questo succede sempre in quei posti dove il capitalismo del consumo globale non è ancora riuscito a tenere a casa la gente davanti alla tivvù o a un computer), e siamo tornati verso casa, vivendo le stesse identiche sensazioni che ci accompagnavano, più di trent’anni fa quando, giovani cronisti, trascorrevamo le serate a caccia di musicisti e femmine audaci, con i quali sognare un futuro da critico e amori che non si dissolvessero alla prima disillusione. L’anima della serata è stata il Blues, certo, suonato e cantato con dovizie strumentali e immarciscibile trasporto artistico, ma quello che ci ha placato le paure e riempito il senso di vuoto, che ormai ci perseguita, è stato soprattutto il calore sprigionato dalla chitarra, dalla batteria e dell’Hammond che, una volta rimbalzato nelle orecchie e nel cuore di chi ascolta si trasforma e ci trasforma in una massa informe, seppur dettagliata da ogni singola personalità, in un coinvolgente e precauzionale senso di appartenenza morale, civico e politico, prima che culturale e del quale, almeno quelli vecchi come noi, che erano convinti che un altro mondo fosse possibile, si continuano a proteggere da questa indecorosa deriva, ritrovandoci tutti, per proteggerci, nei rifugi antiatomici come il Megik Cult.
