PISA. Il tono semplicemente leggendario del suo bagaglio artistico ha letteralmente soppiantato il dolore; chi si (ri)avvicina a Pino Daniele senza volerne fare un uso comprensibilmente, ma detestabilmente, commerciale, non può che risentire il riverbero della sua poesia, specchiarsi nella sua musica e goderne il lascito culturale, sociale, umano. Nel 1980, quando nacque Nero a metà, allora semplicemente il terzo Lp della sua discografia (dopo Terra mia, 1977 e Pino Daniele, 1979) e non ancora divenuto un’esperienza, Gigi De Rienzo, Ernesto Vitolo e Agostino Marangolo erano, oltre che alcuni dei suoi amici inseparabili, il bassista, le tastiere e la batteria di quella formazione. Nessuno di loro, Pino Daniele compreso, badate bene, si rese conto di quel che quell’album avrebbe suscitato, di cosa sarebbe potuto succedere – e successe – dopo. Senza lasciarci divorare dai ricordi struggenti di quel 33 giri, saltiamo a piè pari tutto quello che è capitato nei successivi quarantacinque anni e ci paracadutiamo nel Giardino Scotto di Pisa, dove ieri sera la direzione artistica dei festival Pisa Jazz Rebirth e Pisa Folk hanno deciso di inaugurare la stagione live affidando proprio ai sopravvissuti di quell’inconsapevole progetto cosmico, l’onore degli esordi, con Nero a metà Experience. Non si è trattato di un tributo; nessuno si sognerebbe mai di scimmiottarlo, nessuno ne avrebbe le possibilità, del resto, ma si è trattato di un piccolo viaggio indietro e avanti nel tempo accompagnati dalle mani, calde e tenere, di chi ha avuto l’onore e la fortuna di dividere e condividere con quell’indimenticabile fuoriclasse musicale, poetico e umano, quella parte fondamentale della sua vita e delle notre. Per questo, Gigi (la voce narrante), Ernesto e Agostino, tre tra i pochissimi predestinati, hanno raccontato, tra I say I’sto ccà e Yes I know my way, Quando e E sto vicino a te, Je so’ pazzo e Alleria (poesia generazionale, scritta in giovanissima età), alcuni aneddoti di quegli anni tanto indimenticabili per loro, quanto inimitabili per le generazioni venute dopo. Lo hanno fatto rimodulando quella formazione e consegnandole il loro bagaglio, la loro mezzosecolare esperienza, la loro innata ricerca culturale, la loro devastante conoscenza musicale a uno stratosferico Gigi Patierno ai saxofoni, un delicatissimo Carlo Fimiani alla chitarra (nelle sue mani il tremore di ereditare quella sei corde) e tridimensionando la voce con le interpretazioni di Savio Vurchio, Greg Rega ed Emilia Zamuner (la meno napoletana e la più internazionale, quest’ultima; un’estrazione canora jazzistica, lirica, che si abbina meravigliosamente all’acutismo in si bemolle di quell'enfant prodige, sortendo un effetto stratosferico), che proprio ieri ha festeggiato il suo trentaduesimo compleanno, sotto il calore di una giornata atmosfericamente torrida, l’onnipresente tenerezza del marito e la gentil concessione del loro piccolissimo figlio, che dopo aver fatto gnamgnam ha sacrificato l’esibizione della mammina dormendo saporitamente. Il concerto, seguito da una moltitudine di spettatori che hanno riempito il Giardino Scotto di Lungarno Fibonacci in ogni suo posto, non è stato una pedissequa rilettura dei nove brani che composero quella straordinaria registrazione; all’appello, a far del sofismo, mancano alcune canzoni semplicemente insostituibili, letteralmente epocali (Musica musica, Voglio di più e E so’ cuntento ‘e sta’), ma il tenore della serata e specificatamente dell’Experience voleva essere, ed è stato, un omaggio di semplice venerazione a quel musicista scomparso sì, prematuramente, ma comunque dopo aver regalato alla sua Napoli, al nostro paese (la p minuscola ha mille motivazioni; in questo caso per come è stata trattata la musica negli ultimi quindici anni) e al Mondo intero, la sua cultura. Alla sua Napoli per aver traghettato di là dal Golfo, accompagnato dal Caronte delle note, la canzone popolare partenopea, consegnandola non solo al popolo di Margellina (non è un refuso, è una citazione) e dintorni, ma a tutti quelli che delegano alla poesia la propria incapacità di esprimersi, urlare, amare. All’Italia intera, perché nella fertile e florida stagione cantautoriale, con Dalla, De André, Bennato e Finardi su tutti, ci voleva qualcuno che tessesse, in blues, le reti della rivolta strumentale, silenziosa, inerme, incruenta. E al Mondo intero, da ultimo, ma non per ultimo, perché da Pino Daniele in poi, con un compagno di viaggio altrettanto devastante, Massimo Troisi (che altrettanto ha fatto con il Cinema), Napoli non è più stata la terra di Pulcinella, della pizza, d’o’ mare e del mandolino: con Napoli si sono confrontati Wayne Shorter, Pat Metheny, Eric Clapton, Check Corea, Bob Berg, Joe Bonamassa e altri mondomusicisti che non sanno dove si trovino Le Vele e Scampia e che di Gomorra non ne sanno praticamente nulla.

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