PISTOIA. Ascoltare Marcus King (la foto, come succede da molti anni, è di Fiorenzo Giovannelli) è come sottoporsi, con estremo piacere, disinvoltura e una massiccia dose di personalità, a un riassunto musicale di quello che è successo, nel mondo del rock and roll, tra i primi anni ’60 e il tramonto degli ’80, un vero e proprio Bignami della musica alla quale tutti hanno dovuto per forza di cose attingere anche senza averne, in molte circostanze, la consapevolezza, ma nemmeno il diritto, né la certificazione. Strano, perché quell’omone grosso che primeggia sul palcoscenico e che sembra essere un nostromo di un vascello sperduto di favole cadute nell’oblio, è poco più che un ragazzo, non ancora trentenne, e non si riesce davvero a capire dove abbia trovato il tempo, la forza e il potere di sintesi per riassumere, anche all’interno di un solo brano, quella miriade di informazioni che lo accostano, in un suggestivo trasporto identificativo e nel giro di pochissimi minuti, agli Allman Brothers prima di ogni altra ispirazione, ma poi anche ai Beatles, agli Emerson Lake Palmer, agli Eagles, con quell’anomalo tocco di chitarra che lo catapulta, con tutto il suo bagaglio al seguito, nell’emisfero del rockblues e della worldmusic, senza chiedere il permesso all’americano Jeff Beck, ma nemmeno al britannico John McLaughlin. Per non parlare della voce, che è un compendio, indispensabile, al southern rock, ma che sembra appartenere a una signorina, dedita a stravizi, alcool compreso, dell’Oklahoma. Tutto questo, ieri sera, a Pistoia, in piazza del Duomo, nella prima serata dell’ennesima, meravigliosa, edizione del Festival Blues, con il selciato, i muri dei palazzi che la proteggono e lo spicchio di cielo che la sovrasta che riecheggiano, per magia, quella prima volta di quarantacinque anni fa, nella quale, seppur minorenni, volemmo a tutti i costi esserci. Nella piazza, da tempo, ci sono le seggioline blu in plastica numerate; un tempo, fino a qualche lustro fa, sarebbero state sacrileghe. Oggi, con l’incalzare del tempo, dell’oblio e la crescente insofferenza agli eccessi atmosferici, un elemento indispensabile, graditissimo, salvifico, anche se è strategicamente funzionale a dare, della piazza, un’idea di falso gremitismo. La band, che ci auguriamo corrisponda, anagraficamente, ai dati in nostro possesso (Jack Ryan alla batteria, Stephen Cambell al basso, Drew Smithers alla chitarra e Mike Runyion alle tastiere) è un altro elemento di certificazione a origine controllata e che supporta, meravigliosamente, le fughe e i ripensamenti acustici del bandleader che nonostante la giovane età sembra avere idee così robuste, cementificate e affatto disposte al compromesso che, invece che dilungarsi in proclami, le sue due ore scarse di concerto le ha riempite solo con la sua musica, la nostra musica, allungando gli epiloghi di ogni singolo brano per l’intro di quello successivo. Tra Marcus King e la sua gente, tra la band e la piazza, l’inquietante presenza di una serie di amplificatori disposti lungo il perimetro più esposto del palcoscenico e che sembrava dovessero vanificare, o rendere comunque improbo, il lavoro dei fotografi, che nel giro dei primi tre brani dell’esibizione, come da legge non scritta, ma tacita e contemplata da sempre, si sono dovuti superare, evitando inspiegabili impedimenti, per cercare di rendere con i loro scatti l’idea dell’evento.

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