PISTOIA. La generazione di mezzo, quella che accoglie e raccoglie i trentenni fino ai quarantenni, dei nostri ideali e, soprattutto, delle nostre raccomandazioni, non sa che farsene; anzi, danno loro fastidio. Però sono abbastanza consapevoli che la risposta a tutto non può essere il trap, il fluido e il nulla che avanza tra una subdola islamizzazione e l’inevitabile effetto maranza che ne consegue. Questa generazione figlia di genitori falliti e con fratelli minori che sembrano nati e cresciuti altrove, ha bisogno di un novo Claudio Baglioni (con ogni possibile e immaginabile beneficio d’inventario, naturalmente) che, senza acuirne il disagio, li aiuti a superare indenni il limbo nel quale sono costretti a convivere per farli arrivare fino a vecchi con poche ammaccature e ancor meno rimpianti. Dario Brunori, in arte discografica ed edilizia, Brunori Sas (foto ufficiale della manifestazione, firmata Gabriele Acerboni), è quello che ci vuole e Pistoia, ieri sera, in una nuova serata del Pistoia Blues, ne ha incarnato tutti i presupposti, in una piazza del Duomo sgombra da seggioline, inutili per l’effetto gremitismo, ma piena, per contrappasso, di telefonini accesi, per dimostrare a chi non c’era dove invece loro fossero. Due ore scarse di concerto, con confidenze, strategie e paraculismi compresi, con la sua superflua superband al seguito, ad iniziare dalla sua compagna Simona Marrazzo (voce e percussioni) e con Lucia Sagretti al violino, Dario Della Rossa al piano, elettrico e sint, Mirko Onofrio, Gianluca Bennardo e Luigi Paese ai fiati, Stefano Amato al basso e Max Palermo alla batteria. Una piacevolissima serata di canzonette che non muta, di un solo atomo, la stima professionale che nutriamo e che dobbiamo nutrire per tutti i musicisti impeccabili come Brunori Sas, che si sono costruiti, ognuno a modo loro, la propria conca di consensi, riempendo piazze, stadi, anfiteatri, con un pubblico che conosce a memoria tutti i loro testi, rigo per rigo. Dopo Alfa e Brunori Sas, in piazza del Duomo, saliranno sul palco di questa edizione del Festival Blues, Francesco Gabbani prima e Gianna Nannini poi, tutti nomi ai quali, ribadiamo, dobbiamo assoluto rispetto, ma che starebbero meglio, anzi, opportunamente, in altri palinsesti estivi, per la gioia degli organizzatori, tra l’altro, visto che con loro i botteghini sono piacevolmente costretti a staccare migliaia di tagliandi. Noi, da spettatori ultra privilegiati, che seguiamo il Festival dai suoi esordi, lontani, ormai, quarantacinque anni, possiamo avere il diritto – e l’obbligo deontologico – di obbiettare come sotto quella denominazione ad origine controllata potrebbero e dovrebbero trovare albergo altri nomi. Nell’Italia invasa dai Festival, proprio in questi giorni, da Bologna a Udine, passando per Pisa e tornando a Pordenone, ci sono stati e ci saranno Marcus Miller, Herbie Hancock, Billy Cobham, Makaya Mccraven, Joe Bonamassa, Anastacia, il nucleo storico della band di Pino Daniele a rinverdire quella magnifica experience chiamata Nero a metà, nomi che appartengono, per censo e diritto, al palcoscenico pistoiese del Blues’In e che in questa estate rovente, da Pistoia, non sono passati. Ma piazza del Duomo, con questi nomi, non si riempie; bisogna mettere le seggioline e augurarsi il meglio e ciò nonostante, poi, alla fine della fiera, i conti, comunque, rischiano seriamente di non tornare. Tafuro e company non fanno volontariato; quando tramonta il Luglio Pistoiese è indispensabile che i ricavi dell’evento abbiano superato di gran lunga i costi. Allora facciamo pagare agli sponsor i cachet degli artisti che richiamano e intasano piazza del Duomo (Renato Zero, ad esempio, potrebbe e dovrebbe essere una star istituzionale) e il Festival, quello vero, quello fortemente voluto da un’Amministrazione che ha la musica nel suo background, quello povero, tanto per intenderci, quello per noi inguaribili nostalgici, noi che non ci lasciamo più incantare da nulla e da nessuno, lo dirottiamo alla Fortezza di piazza d’Armi, casomai consentendo la vendita di panini e birre e senza inquisire qualcuno, tra il pubblico, se colto in flagranza di rollarsi innocentemente una canna.

Pin It