PISTOIA. Eravamo convinti che l’ordine delle apparizioni, ieri sera, fosse rovesciato: i Blackberry Smoke sul limitare del giorno e il gran finale, con il palco inneggiante al Pistoia Blues 2025, con Paul Gilbert (la foto è del solito Fiorenzo Giovannelli) e la sua band. Certo, la formazione georgiana è quella che, sui palinsesti e relativi contratti, va per la maggiore; e Paul Gilbert, talento incontenibile accusato di essere, seppur magnifico, un copiaincollista, con minor sex appeal. Ma che importa. Ieri sera, seconda serata dell’edizione 2025 del Festival Blues, Pistoia è tornata ad essere una delle più vecchie capitali musicali italiane, con il perimetro cementificato e il lastricato che sono diventati un tutt’uno con il magniloquente palcoscenico. Pensavamo che a chiudere il sipario toccasse a Paul Gilbert solo perché eravamo convinti, al di là dell’ordine datoci dal comunicato stampa, che un talento naturale come lui dello shredding, nato tra l’altro in una zona degli Stati Uniti (Illinois) dove anche i Blues Brothers dovettero sbrigarsi a passare con la loro Bluesmobile per arrivare indenni a fino a Chicago, all’orfanotrofio dove erano cresciuti, che il suo tocco blues, pardon, rockblues, fosse talmente identificativo da meritare, almeno per quello che offriva ieri il Convento dei Tafuriani, l’onore della buonanotte. Un concentrato di Alvin Lee vestito da Jimmy Page, ma senza la barba di Billy Gibbons, che si fa accompagnare da Roberto Porta, un abruzzese con i controcoglioni, alla batteria, dall’aversano Marco Galiero (altro che ha ben poco da imparare) al basso e, dulcis in fundo, da, almeno apparentemente, un’asiatica (che ha un nome, eh, naturalmente, ma che non era prevista e di cui non siamo riusciti a decifrarne le generalità pronunciate) alle tastiere; piccola, minuta, ma con un coraggio da vendere, come se fosse una di quei musi gialli alla quale, i marines, non fecero alcuna paura. Piazza del Duomo si è immediatamente sintonizzata con la sei corde di Paul Gilbert perché se da una parte, di chitarristi leggendari, ne ha visti a decine, dall’altra, però, ricorda con fatica che siano stati molti ad essere così veloci e altrettanto ficcanti. Succede spesso, tra i musicisti (non solo i chitarristi; capita anche con gli artisti impegnati con altri strumenti), che l’attenzione alla tecnica si faccia così spasmodica che la personalità e l’anima vengano penalizzate; si tratta di quei virtuosi che non lasciano bava, sudore, sangue e che al di là di svariati e diversamente slangati: minchia come suona! resti poco altro. Credevamo che tutte queste magnifiche attenzioni fossero il sale dell’epilogo dell’evento, Ma anche invertendo l’ordine dei fattori, si sa - come la matematica insegna senza ammettere repliche -, il prodotto non cambia e il piacere musicale, artistico, morale e umorale non ne hanno minimamente risentito, anche se a chiudere la serata siano stati i Blackberry Smoke, formazione che trae ispirazione dai Rolling Stones e da tutto quello che il rockblues ha partorito successivamente per affermarsi, in modo planetario, come una delle band con una personalità morale e geografica di assoluto livello. Le loro poesie si ispirano, sistematicamente, alla loro terra natale, la Georgia e non tradiscono mai, in alcun brano, le aspettative, tradite, illusorie, ma anche realizzate, della gente che da sempre ha popolato quelle zone. Ci intrigano meno solo perché da noi, di poeti che hanno rimeggiato in musica, ce ne sono stati almeno cinque (non scriviamo i loro nomi perché li conoscete perfettamente) che hanno fatto storia e leggenda e che se fossero nati altrove, probabilmente, avrebbero avuto lo stesso afflato cosmico goduto da strumentisti altrettanto bravi, ma poeti in scala minore.

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