PISA. Non sarà facile, spiegarvi, l’emozione che ci ha felicemente perseguitato ieri per tutta la serata. Beh, che c’è di strano? Sul palco del Giardino Scotto di Pisa, ieri sera, c’era Billy Cobham, e solo a pronunciarlo, il nome del panamense cresciuto a New York, vengono i brividi. A un dato banalmente e meravigliosamente oggettivo e che ha letteralmente coinvolto tutti gli spettatori presenti, dobbiamo aggiungere un elemento che ci riguarda personalmente e che nonostante non sposti di un solo atomo la passione collettiva, trasforma la nostra, solitaria e inenarrabile, in un disegno sovrannaturale. Superati gli esami della licenza media inferiore, nostro padre, fiutato il nostro anomalo e per nulla dozzinale interesse musicale, ci regalò un giradischi. Il primo Lp che poggiammo – e scorticammo da un ascolto psicotico - sul piatto dell’elettrodomestico incastonato nella libreria a scomparti in noce della cameretta da letto fu proprio Spectrum, di Billy Cobham. E ieri sera, dopo due brani di introduzione che hanno riassunto, nel giro di un quarto d’ora scarso, tutta la vita musicale di uno tra i meno discussi padri fondatori della fusion, Billy Cobham, che ha raggiunto il palco sorretto dall’amore degli spettatori e da un bastone che gli facilita la deambulazione compromessa da una stazza possente che inizia a presentare il conto delle ottantuno candeline spente, dopo aver presentato, uno a uno, i componenti della sua band che porta a spasso Time Machine, ha raccontato, nella sua lingua, ahinoi, sconosciuta, quale fosse il progetto di quella tournée. Non abbiamo capito nulla di cosa abbia detto, intrattenendo e divertendo il pubblico, che all’unisono, sovente, ha sorriso a quelle che, probabilmente, saranno state delle battute ironiche. Però, in quei due minuti scarsi di presentazione, una parola ha colto e fatte prigioniere le nostre commoventi e meschine lettura e comprensione: Spectrum. Fortuna, ha voluto, che l’unica cosa importante che dovessimo capire non ci fosse sfuggita, perché l’ora abbondante che ne è seguita è stata una meravigliosa, indescrivibile e irripetibile rilettura di quel 33 giri che ha segnato (era il 1973; Billy non aveva ancora compiuto trent’anni e la Mahavishnu Orchestra, nata due anni prima, si accorse di lui) la carriera del batterista e quella, intera, della worldmusic venuta di lì a dopo e soprattutto degli ascoltatori meno ricattabili e ricattati di tutto il mondo. La citazione della superband non è certo un dettaglio storiografico, perché al Giardino Scotto di Pisa, il suono complessivo e corale della formazione, con Quadrant prima e Stratus subito dopo, ha in più di una circostanza riportato alla memoria, grazie alle interpretazioni degli strumentisti, il sound dell’epoca, quello che spinse la neonata Orchestra statunitense a invitare e assoldare, alla propria corte, il batterista di Panama; con Rocco Zifarelli, alla chitarra, che è sembrato la reincarnazione di John McLaughlin, così come analoga sensazione si è avuta durante gli assoli alle tastiere e all’Hammond di Gary Husband, degno erede di Jan Hammer, imitati alle perfezione dall’altra magnifica trasposizione fisico/strumentale, quella di Victor Cisternas al basso, clone naturale di Rick Laird. Al posto del violino di Jerry Goodman, la metempsicosi della Mahavishnu si è materializzata con Bjorn Arko al sax, Antonio Baldino alla tromba e Andrea Andreoli al trombone, per un epilogo concertistico, visto che si stava disquisendo attorno a Spectrum, che non poteva che essere Red Baron, il tormentone della nostra adolescenza, di un’intera generazione, quella che tenne a distanza di sicurezza, con cipiglio inorridito, la discomusic che avrebbe voluto fare strike di tutto quello che non le somigliasse e che ci indusse, per proteggerci ulteriormente dall’imperante qualunquismo musicale, all’acquisto, successivamente, di Blue Wired, di Jeff Beck e 8:30, dei Weather Report.
