LA SPEZIA. Ma gliel’ha detto, Marcus (Miller) a Billy (Cobham), che il secondo brano in scaletta in piazza Europa per l’inaugurazione della 57esima edizione del Festival Internazionale del Jazz di Spezia sarebbe stato una magnifica interpretazione di Red Baron, la canzone guida/immagine/volano di Spectrum, lo storico album del batterista panamense registrato nel 1973? Probabilmente, sì; anzi, sicuramente. Ma anche se avesse fatto tutto all’oscuro dell’autore, tra talenti, certe attenzioni, passano inosservate. Di queste chicche tra Giganti possiamo anche evitare di scriverne; del filo rosso invisibile che lega, inesorabilmente, la cultura di taluni musicisti, no, però. La cosa che ci preme, tanto per scendere nei dettagli del concerto di ieri sera, è sottolineare la maestosa bellezza dell’intera esibizione con la quale la Direzione Artistica del Festival ha deciso di aprire la stagione 2025, affidando a The Superman of Soul l’onore di un’altra estate da non perdere. Che a questo battesimo ha deciso di presentarsi con abiti particolarmente leggeri e colorati, quelli indossati dalla sua più recente compagnia strumentale, che sfodera Anwar Marshall alla batteria, Xavier Gordon alle tastiere e i due fiati che interagiscono, quando in modo intermittente, quando totalmente, con il resto del quintetto: Donald Hayes al sax e Russel Gunn alla tromba. Siamo partiti dal secondo brano perché – sono solo coincidenze, che diamine, ma la dicono lunga sulla circolarità delle emozioni che hanno una difficile spiegazione – appena due sere prima, a Pisa, al Giardino Scotto, abbiamo avuto il piacere, la fortuna e l’onore di assistere proprio al concerto di Billy Cobham, novanta minuti di musica che hanno incredibilmente ruotato, con tutte le sue interpretazioni, proprio attorno a Spectrum, quell’album spartiacque, che dopo cinquantadue anni continua a generare ammirazione, devozione e voglia di riletture. Ma Marcus Miller non è solo questo, naturalmente e a Spezia, in poco più di un’ora di esibizione, ha dato ancora una volta saggio di poliedricità strumentale, leggerezza artistica, sontuosità culturale, farcendo di contaminazioni ogni brano; che si trattasse di omaggi (doverosi) a Miles Davis (Tutu e Amandla), che decidesse di riproporre manoscritti (Ubuntu e Detroit), che si immergesse in un sontuoso bagno di rap, il prodotto è stato sempre e soltanto lo stesso. Un livello emotivo così difficilmente spiegabile, che a un certo momento, durante l’esibizione, abbiamo umilmente corrisposto iniziando a piangere, perché in qualità di atei arciconvinti ci riesce difficile capire da dove provengano certi suoni, di chi sia la mano e la volontà che abbiano consentito a Marcus Miller, come a tanti suoi colleghi eletti, di trasformare alcuni suoni in quadri, accenti, in visioni, note, in poesia. Lo ha fatto con tutto il suo carisma pacifico e pacifista; lo ha fatto slappando come solo lui sa fare, con l’ingegnoso utilizzo del pollice che usato sugli armonici diventa pietra miliare musicale, un omaggio, indiretto, ma nitidissimo, all’altro incommensurabile bassista di ogni tempo, Jaco Pastorius. E poi, memore, riconoscente, della propria infanzia costellata e invasa da musica e da musicisti, Marcus Miller ha dato vita a uno struggente intermezzo con il clarino basso, con il quale avremmo scommesso si sarebbe spinto a Gorée, il brano nato dopo la visita, senza interpreti e guide, in Senegal. La tournée italiana del bassista newyorkese è ancora molto lunga, però; lo aspettano a Bologna, a Perugia, a Caserta e se non avvertissimo un inspiegabile, ma più che perdonabile, senso di disagio mentale, lo seguiremmo come un’ombra, perché di certe sonorità, di alcuni afflati pubblico/privato, del grande inesauribile rifornimento emotivo di certa musica, non si è mai satolli, non se n’è mai sazi.

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