BOLOGNA. Le luci sul palco sono ancora spente; non servono. Sul Parco delle Caserme Rosse, a Bologna, cala il sole, che sbircia microfoni e strumenti, inermi, inerti. Non sono ancora arrivati tutti, gli spettatori; tra l’ingresso dell’ex campo di concentramento nazista, (ri)consegnato alla civiltà dopo tredici mesi (8 settembre 1943 – 12 ottobre 1944) di follia e quello di uno degli ultimi concerti di questa meravigliosa edizione del Sequoie Music Park c’è un cervellotico percorso ampiamente utilizzato a Disneyland, che serve per non creare calca, obbligando tutti a un’ingegnosa ma snervante serpentina. Nessun campanile rintocca le nove, ma in quel preciso momento, Anastacia, dopo essersi blandamente rifocillata nel back stage, guadagna il centro delle attenzioni. La band (una chitarra, un basso, due coristi (un uomo e una donna), una batteria e tastiere utili al rock, come al soul) la introduce come si deve a una regina, alla Regina del soul, del pop e del rock, o dello Sprock, se preferite, che è il genere musicale – da lei stessa coniato - che riassume e racchiude, in un sol concetto, le voci custodite nella propria intimità dell’americana di Chicago e a cui il Mondo intero, da tempo, ha tributato un’infinità di targhe, riconoscimenti, premi, dischi di ogni ordine di metallo. Si presenta con la solita, meravigliosa, chioma bionda fluente, in abbigliamento casual: jeans, attillatissimi, naturalmente, che alla soglia dei sessant’anni le fanno ancora un grande onore, maglietta bianca e giubbottino jeans, ricoperto di fragole con pajettes che sembrano cuoricini, che le copre, a malapena, le scapole. Gli occhiali, da sole, fanno chimicamente parte delle sue apparizioni, ma soprattutto al Parco delle Caserme Rosse, a quell’ora, servono indispensabilmente. Ci sono le seggioline in plastica numerate nel rettangolo di parco transennato per il suo evento, ma appena intona il primo brano, il pubblico decide che per omaggiare la sua voce, la sua musica e il suo coraggio leonino per non essersi mai arresa a una vita tutt’altro che facile, occorra alzarsi in piedi e ballare con le sue note e con la sua resurrezione. Sì, perché la madre, un’attrice di Broadway appassionata di letteratura russa, le consegna quel nome, che è un omaggio, un pegno, un testamento. Il padre, invece, di origini tedesche, affetto da bipolarismo, a un certo momento della vita le lascia, con due fratelli (uno dei quali affetto da autismo), in balia di loro stesse. È l’inizio della fine, la fine del primo inizio, perché Anastacia, che nel frattempo scopre di avere un sacco di dolorose e angustianti patologie, stringe i denti e si lancia nello spazio; fa ogni tipo di lavoro, dall’insegnante di aerobica alla cameriera, dalla segretaria alla parrucchiera, inconsapevole di avere, nel proprio organismo, oltre al morbo di Crohn e la tachicardia sopraventricolare anche e soprattutto un diaframma anomalo, con un’estensione vocale quasi irreperibile ovunque. È così che diventa Freak of Nature, ma anche la bianca con la voce nera e nel giro di brevissimo tempo, la terza scelta di Anastacia diventa il suo riscatto. I novanta minuti di concerto sono tutto questo che vi abbiamo brevemente sintetizzato, con due cambi d’abito che hanno introdotto altrettanti momenti dell’esibizione, con un omaggio all’Italia (I Belong to you, quella cantata in duetto con Eros Ramazzotti), con uno strascico trasparente nero, con il quale ha azzardato l’intonazione di Vincerò, di Nessun dorma e l’ultimo terzo, in total black, con il quale si è congedata dal pubblico, entusiasta, miagolando I’m Outta Love, la canzone che le consegnò, immediatamente, lo scettro di Regina. Le foto, di rito, con l’intera band di spalle al pubblico per immortalare il momento con il telefonino e poi via, di corsa dietro le quinte; nessuna richiesta di bis, nessun mugugno, nessun one more time. I suoi fedelissimi, che sono un’incalcolabile moltitudine in tutto il Mondo, sanno perfettamente quanta fatica le costi esibirsi dal vivo: ma un’ora e mezzo bastano – e avanzano – alla gatta, sul palco, che scotta.

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