PISA. Di regole, Vincen Garcia, non ne vuol proprio sapere. Del resto, come meravigliarsi: è spagnolo e il divertimento, in quella fetta di terra, viene prima di ogni altra cosa. E poi suona il basso, davvero a modo suo, visto e considerato che invece di studiarne gli assi cartesiani ha preferito, da nobile autodidatta seppur figlio di musicisti devoti alle quadrature, crearsi una linea personale, molto personale. Sa essere un sessionista scrupoloso, certo, ma la cosa che ama di più in assoluto è fondere le note con la fantasia, apportando all’esibizione, strumentalmente impeccabile, la sua esuberanza, le sue doti ginniche e atletiche. E da quando gira il Mondo con la sua fedelissima formazione, con la chitarra imbracciata da Andoni Narvaez (che santaneggia e beckeggia con riconoscente impudicizia), la batteria di Jairo Ubiano e la mini sezione fiati affidata alla tromba di Manuel Pardo e al sax di David Cases, è diventato uno dei musicisti più famosi, con una tecnica che non somiglia quella di nessun altro; slappa come si deve, fonde armonia ed energia, ma non vuole in alcun modo che la sua musica venga relegata all’interno di uno specifico contenitore strumentale. Il Funk è la sua esternazione migliore, ma il suo basso, viola, è compatibile con una serie di altri generi che finiscono, inevitabilmente, per scatenare e suscitare i medesimi sentimenti: ballare. Il pubblico del Giardino Scotto di Pisa, ieri sera, in una delle ultime performance di questa meravigliosa edizione del Pisa Jazz Rebirth, forse un po’ troppo fedele alle origini scozzesi del parco sul limitare dell’Arno, ha seguito l’esibizione con eccessiva diplomazia e seppur accompagnando ogni nota con una sintonica oscillazione della testa, ordinata dalle contrazioni della nuca, ha preferito restare seduto. Vincen, dopo un’ora scarsa di esibizione, ha pensato che il pubblico, religiosamente devoto alla disciplina, non gradisse la sua musica quanto lui avesse pronosticato e dopo aver chiesto agli spettatori se preferissero dialogare in inglese o in spagnolo, ha chiamato la fine del concerto, con un’esplicita minaccia: o venite sotto il palco a ballare, o me ne vado (traduzione informale: ignoriamo l’inglese, ma anche lo spagnolo). Prima di loro, come gustosa anticipazione dell’evento, un set musicale gradevolissimo, offerto, con misura e umiltà, ma non per questo non di modesta caratura, da un gran bel trio (i gemelli Cianferoni al basso (Alessandro) e alla batteria (Daniele) e Lorenzo Bagnoli alla chitarra), che ha presentato, alla luce di un’esperienza live che dura da più di un lustro, il loro DeepStorming, un gradevolissimo andirivieni tra est asiatico e America latina, con qualche sfizioso riferimento alle musiche utilizzate da Quentin Tarantino e da uno dei suoi più devoti seguaci, Robert Rodriguez, entrato nel novero cinematografico grazie a quel cruentissimo, ma da non prendere sul serio perché volutamente e adorabilmente trash, Dal tramonto all’alba. Torniamo a Garcia e al post mansueta ritorsione, però, perché da quale momento in poi – e siamo entrati in pieno bis - il pubblico ha abbandonato la comodità delle poltroncine e si è riversato sotto il palco, ballando come se non ci fosse un domani, danzando come se i 34° pregni di umidità fossero solo una balla meteorologica. E all’apice delle felicità, quasi orgiastica, a un certo punto, una spettatrice, non sapendo come esternare la sua euforica felicità, si è liberata del suo pregiato reggiseno (nero), lanciandolo verso Vincen, che aveva, sì, una giacca coloniale verde con sotto una canottierina bianca, ma con pantaloni neri ed è proprio in quei paraggi, allacciandosi incredibilmente al basso, che ha planato l’indumento intimo. Lui, senza perdere minimamente la felicità e dunque il sorriso, ha continuato tranquillamente ed energicamente a slappare come se niente fosse successo e senza subire alcun turbamento erotico, visto che prima della fine della canzone, gliel’ha, disinvoltamente, riconsegnato, lanciandolo a sua volta nella direzione dell’esuberante spettatrice, senza nemmeno strizzarle un occhiolino di complicità.
