PISTOIA. Senza la prestigiosa vetrina ligure di Sanremo, le cose, per Sergio Cammariere, sarebbero probabilmente andate diversamente. Lo sa perfettamente anche lui, tanto che, nel gradevole viaggio senza tempo che ieri sera ha fatto in compagnia di un pubblico numeroso, partecipe, ma che ha, giustamente, voluto fare solo e soltanto lo spettatore, senza diventare parte integrante dello spettacolo, lo ha espressamente ribadito. Del Festival, per antonomasia, della canzone italiana, nutriamo da sempre una forte allergia; non lo facciamo in memoria del dolore scomposto di Luigi Tenco, né per la miopia sofferta al cospetto di Vasco Rossi, né, tanto meno, memori di alcuni improbabili e impresentabili vincitori, ma sappiamo anche perfettamente che non passare dall'Ariston in quei giorni equivale a rinunciare a un’incommensurabile opportunità. Chiedete a Serena Brancale, per credere: con Galleggiare, pezzo di rara bellezza, passò, direttamente, nel dimenticatoio; ci ha riprovato, anni dopo, dopo aver continuato, nel frattempo, a incantare il Centro Jazz Saint Louis di Roma e il Blue Note di Milano rileggendo Pino Daniele, con Anema e Core, brano decisamente più modesto del primo, ma con il quale è riuscita a salire sul treno delle meraviglie e dal quale le auguriamo non scendere più. Certo, stiamo raccontando il concerto di Sergio Cammariere, che avrebbe dovuto essere uno degli appuntamenti del Festival Blues, invece che di Spazi Aperti, ma che al di là dell’errato contenitore, ha segnato una data musicalmente significativa nell’esperienza ultra quarantennale della città di Pistoia. E lo facciamo volentieri, sottolineando come i suoi brani, unicamente strumentali, si ispirino, su una base jazz di indubbio e inoppugnabile valore, a Ennio Morricone e che, in presenza di testi, richiamino, alla memoria, quelli di Franco Battiato, alcune volte, Ivano Fossati, altre, con qualche riferimento a Roberto Vecchioni, senza dimenticare di citare, nel novero degli inevitabili suggerimenti, Samuele Bersani in più di una circostanza, ma anche Sergio Caputo e tutta la discografia francese di lustri passati. Al suo fianco, sul palcoscenico minimalista e minimale della Fortezza Santa Barbara, dove suggeriamo di allestire i Festival Blues che verranno, due illustri e sontuosi compagni di viaggio, che si sono introdotti all’interno dell’esibizione con calore e discrezione, a volte, alternandosi, altre, formando un gran bel trio strumentale: il violoncello di Giovanna Famulari e il sax soprano di Daniele Tittarelli, che hanno sistematicamente chiuso il cerchio con il piano e la voce, implorante, di Sergio Cammariere (la foto del trio è gentilmente offerta da Simone Tofani), il pianista intellettuale 65enne di Crotone che ha maritato, sin dai suoi esordi artistici, la propria musica con il Cinema. Senza venir meno all’aspetto cantautoriale, che da I ricordi e le persone (1993) a Una sola giornata (trent’anni dopo, 2023), ha regalato al suo pubblico e a sé stesso alcune tra le canzoni più struggenti e sentite del panorama italiano, che sono quelle che ha riproposto, ieri sera, alla Fortezza, un giardino meraviglioso nel quale, ahinoi, non è concesso fare praticamente nulla (un distributore di bevande e la possibilità di fumare qualche sigaretta, più o meno stupefacente, sarebbe carino concederle). Dopo un’intro musicale, infatti, il cantautore calabrese ha inanellato, in sequenza, da Sorella mia a Tutto quello che un uomo, proponendo, naturalmente, visti i successi ottenuti ai tempi delle loro creazioni, L’amore non si spiega, Cantautore piccolino, Le porte del sogno, brani segnati da una sistematica movenza conclusiva; il ricongiungimento delle mani, simulando una preghiera, prologo inevitabile al doveroso, necessario epilogo pacifista, Dalla pace del mare lontano, che ha segnato la fine del concerto, prima di un bis affidato al pubblico, che ha sommessamente intonato il motivo e un altro nel quale i tre musicisti hanno salutato Pistoia.

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