PORRETTA (BO). Ma di che cosa stiamo parlando? Ancora qualche metro, un paio di edizioni, giusto per arrivare al numero 40, stagione nella quale il patron artistico dell’evento, Graziano Uliani, spegnerà ottanta candeline, e il Porretta Soul Festival uscirà dagli albi della Storia e si guadagnerà un posto, indelebile e privilegiato, negli annali della Leggenda. Non stiamo tergiversando per mancanza di materiale artistico, che abbonda sistematicamente sul limitare del Reno, in quei meravigliosi quattro giorni nei quali il Paese arroccato e difeso dall’Appennino Tosco/Emiliano si trasforma in una sagra a cielo aperto di felicità, rispetto, tolleranza e tanta, tanta buona musica, offerta da artisti grati al cielo di poter vivere suonando e un Paese intero grato a sé stesso per sapere come si trattano i viandanti, che cercano sì Musica, ma che non possono fare a meno di prendersi tutto il resto, che Porretta porge ai suoi visitatori su un piatto d’argento, al quale chiunque può attingere con le mani, senza guanti, certo, ma consapevole che subito dopo, a quella fonte, si abbevererà un’altra persona. Del Parco Rufus Thomas che cosa volete che si aggiunga. Ieri sera, prima serata della solita quaterna della 37esima edizione del Festival Soul, un altro meraviglioso bagno di folla, uno accanto all’altro, a due passi (i fotografi) dal palco e sull’emiciclo in pietra tutto intorno - compresi i giardinetti che circumnavigano il parco e sui quali, abitualmente, trovano posto gli aficionados canimuniti (che sono bastardini presi al canile, labrador fiaccati; mai Pit Bull, Rottweiler, che sono quei cani che fungono da prolungamento del pene dei loro padroni) -, il resto degli spettatori, con la sola voglia, in un periodo così frastornato, ma anche in tempi non sospetti, di trascorrere serate all’insegna della pace. Ma ieri, fra l’esibizione di John Nemeth e i suoi The Blue Dreamers, che hanno aperto le danze dell’evento targato n° 37 e Andrew Strong e The Dublin Soul, seconda formazione in scaletta, Rick Hutton, l’immarciscibile presentatore, nel suo inglese naturale (che sembra essere quello di uno che lo faccia apposta, a parlare così), ha convocato in ordine sparso i promotori di qualcosa di semplicemente leggendario. Nello scorso febbraio, infatti, è stato ufficializzato il gemellaggio (vero, eh, non come quelli che si fanno, demagogicamente, tra comuni denuclearizzati) tra Porretta (Bologna - Italia) e Memphis (Contea di Shelby, Tennessee, Stati uniti d’America). E ieri sera, Graziano Uliani (scaramanticamente vestito - proprio come usa fare Pat Metheny - come sempre; camicia a strisce verticali bianco/rosso, jeans e maglione blu legato al collo) ha fatto gli onori di casa del Parco Rufus Thomas consegnando le Chiavi della città, con il supporto logistico/politico del Sindaco dell’Alto Reno, Giuseppe Nanni e quello della città metropolitana di Bologna, Matteo Lepore, al Sindaco di Memphis, Paul Young, accompagnato dal Sindaco della Contea di Shelby, Lee Harris (la foto del sestetto è di Fiorenzo Giovannelli). E delle tre ore e passa di musica andate in onda ieri sera non vi raccontiamo nulla, sorvolando anche il concerto di Al Kapeezy aka Al Kapone with The Memphis Music Hall Of Fame Band, la band che ha chiuso il sipario sulla prima serata? E tacciamo anche sulla BatMobile dei Fratelli del Blues che è parcheggiata proprio fuori i cancelli del Parco all’inizio del viale dove chiunque può gustare piadine e hot dog locali? E tacciamo anche sulla meravigliosa gentilezza di alcune stagiste che serpeggiano tra gli spettatori offrendo loro, gratuitamente e con un sorriso che non ha prezzo, gustosissimi gelati? Sì, sorvoliamo, ma lo facciamo perché il sound di ieri ha originalmente, ma fedelmente, ricordato il groove che perseguita la manifestazione dalla sua prima edizione e che non tradirà attese e aspettative di tutte quelle che verranno, così come il garbo, l’accoglienza e la gentilezza del Paese intero. La notizia di ieri, seppur relativa a cinque mesi or sono, è che Porretta ha un nuovo fratello, di colore: si chiama Memphis e invece che dai 211 chilometri del Reno, si fa attraversare dai 3.778 del Mississipi.

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