di Alessandro Giovannelli
PORRETTA (BO). Il medley in omaggio a Wilson Pickett faceva letteralmente paura. Di frasi così, ieri sera, alla fine del concerto, mentre la folla defluiva lentamente dal Rufus Thomas Park, e altri sostavano in compagnia dei vari artisti, scattando le foto di rito, facendo la caccia grossa ad autografi e memorabilia da collezione, capitava di sentirne parecchie. Le impressioni di fine serata sono sempre le prime a riemergere, quando, al nuovo giorno, si apre il cassetto della memoria. Ma c’è stato molto, prima, che merita di essere raccontato. Girando per Porretta nelle ore pre-concerto, tra l’ingresso al park e la biglietteria, sotto una grande bandiera sventolante a stelle e strisce, nei capannelli dei bene informati, si faceva un gran ragionare di ciò che era accaduto al mattino: pare che la Oversoul Street Band, la street band ufficiale del festival, abbia accompagnato un’esibizione estemporanea dell’eroina della serata precedente, Jonté Mayon, proprio davanti al grande albergo in pieno centro nel quale alloggiano gli artisti, sotto il sole caldo che ha preceduto l’arrivo pomeridiano delle nuvole e del fresco, che sembra contraddistinguere queste giornate di Soul. Ma veniamo alla cronaca delle oltre quattro ore di musica sul palco principale. A introdurre la serata, un frequentatore abituale di Rufus Thomas Park, Luca Giordano. Si è presentato sul palco con una formazione internazionale, composta, tra gli altri, da un’altra vecchia conoscenza del festival, Sax Gordon Beadle. La band, che si esibirà per tutta la prima parte della serata, è una variazione sul tema della Luca Giordano Band, impegnata, in questo mese di luglio, ad accompagnare la prima stella di questa fresca serata porrettana, Crystal Thomas. Potremmo, dunque, chiamarli Crystal Thomas Band, come indicato in vari luoghi virtuali, a giro per la rete, e come sono etichettati nel programma stesso del festival. Rick Hutton si è sbizzarrito nell’affibbiare loro differenti appellativi, oscillando tra European Allstar Band e, vista la presenza d’oltreoceano di Sax Gordon, World Allstar Band. Comunque si voglia chiamarli, hanno dimostrato di essere per davvero un collettivo di alto livello, capace di spaziare tra il blues e le tante gamme di soul che sono di casa sul palco del Porretta Soul Festival. E anche Crystal Thomas ama vagare in quella terra di mezzo, nella quale ogni variazione di colore può portarti più verso la sponda melmosa del blues o il porticciolo sicuro del soul. Il primo pezzo è una sua composizione originale, I Don’t Worry Myself, tratta dal suo album del 2021, Now Dig This, e che, nella versione di studio, vede la partecipazione, tra gli altri, addirittura di Lucky Peterson. Un brano nel quale Crystal ci mostra non soltanto la sua profonda, bellissima voce, ma anche la sua abilità di strumentista al trombone, che suonerà varie volte - sempre alla grande - nel corso della sua esibizione. There ain’t nothing else but a ghost to myself; I don’t want to live, but I’m scared to die; tears are all gone, so sad I can’t cry; met so many people that wasn’t good enough. Bellissimo il blues di Ghost of Myself, con un testo di grande intensità, che ci racconta di vita e di morte, di disperazione, di amori finiti male. Questo è il blues, signore e signori. E Crystal ce ne ha dato in abbondanza. La band ha contribuito a modo suo a mettere i giusti accenti. Suonare su questi pezzi slow, farlo come Dio comanda, non è un fatto di tecnica, che pure alla band di Luca Giordano non manca, bensì di feeling. Splendida l’intesa di Crystal col pubblico quando, tornata sul palco per il bis, ha eseguito Party, il brano che apriva il disco precedente della Thomas, Drank of My Love, del 2018, ed ha invitato gli spettatori a farsi parte attiva nell’esecuzione del pezzo, rispondendo tutta la notte, al posto di all night, ad ogni we can party, intonato dalla cantante. Una nota speciale per Victor Puertas, musicista formidabile ed eclettico, capace di passare dall’organo e dalle tastiere, all’armonica a bocca che, nelle sue mani, ha letteralmente cantato. Il secondo ospite della European/World Allstar, lo avevamo conosciuto la sera precedente. Si tratta di Captain Jack Watson. Ci sentiamo di aggiungere solo un riferimento a un momento particolarmente toccante. In una sorta di break nel mezzo di un blues, il capitano ha raccontato che venti anni fa non aveva una casa e mangiava da un bidone della spazzatura; aveva pensato al suicidio, ma Dio lo ha lasciato su questo mondo con un proposito. Oggi, sono qui in Europa, a Porretta, per dire grazie a tutti voi, perché oggi voi tutti mi avete salvato. L’applauso del pubblico ha suggellato questo momento di grande comunione e commozione. Anche questo è la musica. Il soul, l’anima; il blues e il feeling blue. Ma anche la sua capacità salvifica, curativa. Ci sono numerosi esempi in questo senso, anche di protagonisti della storia del Porretta Soul Festival. Basti pensare a Howard Tate, Rediscovered nel 2003, anche grazie al palco del Rufus Thomas Park. Dopo la consueta pausa, il conferimento del Sweet Soul Music Award 2025. Quest’anno, il premio è stato assegnato a Linn Sitler, una super woman, nelle parole di Graziano Uliani. Commissaria della Memphis & Shelby County Film and Television Commission, ha contribuito alla diffusione della musica soul nel mondo attraverso il cinema. Giusto ieri raccontavamo di quanto le narrazioni intorno a questo festival si intreccino attraverso la musica, ovviamente, ma anche il cinema, la letteratura e tutto ciò che produce storie. A lei, che Graziano incontrò già durante il suo primo soggiorno a Memphis nel 1987, si deve molto del merito per la nascita della sorellanza celebrata quest’anno tra Porretta e Memphis. L’attribuzione del premio è stato anche il momento per sottolineare la presenza tra il pubblico di Albhy Galuten, importantissimo produttore che ha al suo attivo nientemeno che le colonne sonore, tra le altre, di Saturday Night Fever e Grease. Siamo arrivati al momento della mitica house band, la Memphis Music Hall of Fame Band, di cui, in questo sabato porrettano, abbiamo anche conosciuto il boss, John Doyle (la foto è di Fiorenzo Giovannelli), volato venerdì da Memphis alla Soulsville Europe per questa importante edizione di celebrazione dei rapporti con la terra natia del Memphis Sound. Dei Memphis Music, c’è poco da aggiungere. Li abbiamo presentato ieri. Se non fosse bastato, cogliamo l’occasione per ribadirne la solidità, la compattezza, l’incredibile sezione ritmica e l’immensa bravura di tutti gli strumentisti e delle tre splendide voci femminili. Due gli ospiti di questa sera della band di “KC” Clayton. La prima, Lil Rounds, finalista, un po’ di anni fa, di American Idol, talent di culto negli USA, ha portato sul palco tanta, tanta energia, una voce potente e piena di sfumature e una setlist che potrebbe essere una sorta di enciclopedia tascabile del soul degli anni ’70. I pezzi da lei eseguiti, provenienti da quel decennio sono: You’ve Got the Love, di Chaka Khan e Rufus Thomas, 1974; Clean Up Woman, di Betty Wright, 1972; Let’s Do It Again, delle sempre presenti The Staple Singers, brano del 1975 dalla colonna sonora del film omonimo con Sidney Poitier e Bill Cosby; la bellissima Midnight Train to Georgia, di Gladys Knight & The Pips, 1973; Rocking Chair, di Gwen McCrae, 1975; I Can’t Stand the Rain, di Ann Peebles, 1973, riportata di nuovo al successo da Tina Tuner, che ne incluse una reinterpretazione nel suo celeberrimo disco, Private Dancer, del 1984; Nutbush City Limits, il bis del suo set, brano del 1973, di Ike & Tina Turner, scritto da Tina Turner per la città dove viveva, Nutbush, in Tennessee. Nel mezzo, direttamente dal 1967, Respect, che non ha bisogno di presentazioni, così come non ha bisogno di presentazioni colei che ne ha realizzato l’interpretazione più iconica, Aretha Franklin. Ma, soprattutto, un brano originale di Lil, pubblicato quest’anno, dal titolo Sip Sum’n. Durante l’esecuzione di questo pezzo, Lil ha chiamato sul palco decine di spettatori entusiasti. Ritmo, sudore, sorrisi e tanti selfie da dare in pasto al mondo social, a ricordarci che Porretta Soul è proiettata verso il futuro, pur nel rispetto di una storia pluridecennale e della tradizione che lega indissolubilmente l’Appennino al Tennessee e il festival al Memphis Sound. Sembra dirci, Graziano, che là fuori, nei dintorni di Beale Street, c’è una nuova generazione di giovani e talentuosi performer che attendono solo di essere scoperti. E di poter fare il fatidico viaggio oltre l’Atlantico, nel meraviglioso mondo del più importante festival soul d’Europa. Alla nuova generazione appartiene anche l’ultimo artista della serata, Jerome Chism, un ritorno dopo l’esibizione dello scorso anno, della quale parlammo diffusamente nel 2024. Anche stavolta, come in un cerchio, torniamo alle prime righe, e all’emozionante omaggio a Wilson Pickett, al quale abbiamo già accennato. Dopo una manciata di brani, con reintrepretazioni di pezzi di Sam & Dave, Rufus Thomas, B.B. King e una bellissima Nickel and a Nail, Jerome ha dato il via al suo personale tributo a Pickett, col contributo decisivo della Memphis Hall of Fame, semplicemente inarrivabile negli stacchi e nei passaggi, anche di tonalità, tra un brano e l’altro. In un medley al fulmicotone, Chism e la super band hanno passato in rassegna Land of 1000 Dances, Don’t Let the Green Grass Fool You, 634-5789, Mustang Sally e In the Midnight Hour. Canzoni bellissime e che tutti, anche i meno avvezzi alla musica soul, hanno ascoltato, o anche solo sentito per caso. Di fianco a chi scrive, tra il pubblico danzante e festante, una famiglia di quattro persone - genitori e due figli -, mi ha fatto capire meglio di mille parole, semplicemente osservandoli, perché a Graziano Uliani andrebbe fatto un monumento: i figli, a occhio, entrambi tra i dieci e i dodici anni, ballavano come indemoniati, cantando a memoria i testi delle canzoni di Wilson Pickett. Me lo avessero raccontato, non ci avrei creduto! Pochi metri più in là, anche lei scatenata come una ragazzina - ma cantare e girare il mondo inseguendo il proprio sogno deve rendere eternamente giovani -, Jonté Mayon si muoveva a ritmo delle One-Thousand Dances di Wilson Pickett nel mezzo al pubblico. Come sempre, a Porretta le barriere cadono. Tutte quante. La serata si è chiusa con un grande classico, Take Me to the River di Al Green. È mezzanotte e mezza, l’ora di rientrare verso casa. L’adrenalina è alle stelle perché basta essere spettatori di questo grande show, basta guardare da fuori l’entusiasmo di chi insegue il proprio sogno, per rimanere, anche noi, giovani per sempre.
