di Luigi Scardigli

PRATO. Edi non è affatto una ragazza normale; Edi è una ragazza di questi tempi, nei quali, di normale, c’è più ben poco. È figlia unica di genitori seppur giovani e piacenti ormai al tramonto, che hanno preso, controvoglia e a isterico malincuore, la consapevolezza del proprio declino solo per una circostanza che al momento non è sufficientemente presa in considerazione, né dalla cronaca rosa, che si tinge sovente di nero, né dagli studi psicanalitici sulla coppia. Edi ha soltanto un’amica, Mara, con la quale, al massimo, divide la visione di un film in dvd alla tivvù: in definitiva si è rotta il cazzo, di tutto, dunque di nulla, anche se cazzo, da una bocca così giovane incastonata in un visino così delicato, è difficile pensare che possa uscire. La cerimonia, ultimo (in ordine di tempo) lavoro di Oscar De Summa, è a disposizione degli spettatori, da ieri sera, debutto in prima nazionale, fino al prossimo 9 aprile, al Fabbrichino di Prato. Andate a vederlo.

Merita, per più di un buon motivo: è una storia seria, non sottovalutabile, che incombe; i quattro in scena meritano attenzione e applausi e soprattutto il teatro che fa riflettere è un bene prezioso, indispensabile. La madre, Vanessa Korn, non ha ancora metabolizzato la sistematica assenza di suo padre e non riesce a intravedere l’insofferenza del consorte, incapace di dare spessore economico alla famiglia, né di assumerne le redini; il papà, Marco Manfredi, non sa ancora cosa voglia fare della sua vita e non riesce nemmeno a ricordare cosa desiderasse da piccolo, semmai abbia mai sognato. Per fortuna che in casa c’è uno pseudozio (Oscar De Summa), che non è fratello della mamma, né del padre, ma è uno zio forse a pieno titolo e in quanto tale partecipa alle dinamiche quotidiane, anche se ne è una presenza debordante, allegorica, insidiosa, provocante, farsesca, filosofica, (a)morale. Edi (Marina Occhionero) ha capito che in casa non c’è tempo per lei e nonostante non le manchi materialmente nulla (se non un telefonino meno vecchio di quello che possiede), ha bisogno di tutto, soprattutto di essere ascoltata, capita, aiutata a capirsi; ha bisogno di comprensione, complicità, un po’ di luce sul sentiero, almeno per quello che riguarda i suggerimenti sulla lega del catrame con il quale asfaltarsi la strada per il futuro. Beh, è normale, non ha ancora diciotto anni e siccome deve fare tutto da sola, ha deciso di diventare apatica e insolente, temeraria e nervosa, mirabilmente autosufficiente, ma incapace di gestirsi la vita nel dettaglio: alterna reazioni infantili quasi fastidiose, irritanti capricci di una fastidiosissima mocciosa, ad altre nelle quali sfoggia strabilianti doti preveggenti, oltre ad un malcelato sex appeal, che la lancia nell’orbita del piacere, nonostante un attimo prima fosse quella ragazzina da prendere a calci nel culo, un’isterica e insopportabile studentessa liceale, e nemmeno al quinto anno. La scenografia è minima, essenziale, rinvigorita, nel proprio nichilismo generazionale, dalla musica elettronica, Massive Attack su tutti, che altro non fanno che indebolire la vecchia normalità e accrescere le nuove ansie. A credere in questo progetto è il Teatro Metastasio di Prato, arciconvinto dal back ground del regista, reduce freschissimo dalla Trilogia della Provincia, a sponsorizzare questo nuovo lavoro. Che si avvale, oltre che della penna - a nostro avviso un po’ troppo ricercata, tanto nel fraseggio, quanto nel pensiero -, dell’ideatore della rappresentazione, di tre bravissimi attori, che riescono, nel microcosmo del Fabbrichino, a dare, a ognuno dei propri rispettivi protagonisti, il peso storico e sociale di una generazionale dissolvenza isterica, capace di annebbiare così profondamente la vista e l’orizzonte, che finisce per essere letale, scoglio insormontabile alla rinascita o a una presa di coscienza che sappia dare dignità ai giorni che ci restano da vivere, se non al cospetto della minaccia della morte. Ma a quel punto, ormai, è tardi: Edi ha voluto soltanto mettere alla prova i suoi genitori, incapaci delle più elementari azioni che ne dovrebbero contraddistinguere i rispettivi ruoli storici, prima che civili, dimostrando loro quanto poco ci voglia per trasformare un semplice banchetto familiare in un luculliano pranzo di fine millennio, come solo un briciolo di attenzione e condivisione possa dare, a giorni tutti uguali, il sapore della vita, anche in prossimità di una fine soltanto paventata, una psicosi telecomandata per far crescere l’ansia della nostra inconsistenza, abbassare il muro delle difese immunitarie e renderci così miseramente vulnerabili. Le soluzioni sono lì, alla portata di chiunque, solo in attesa di essere prese nelle debite considerazioni e applicate. Ne vorremmo parlare; per noi, informare e formare, è un tuttuno, ma non abbiamo la minima idea di come la pensi il regista e non vorremmo irretirlo. E deluderci.

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