FIRENZE. La bellezza, giunonica, e l’eclettismo, non affievoliscono. Monica Guerritore, sessant’anni il prossimo 5 gennaio, resta una delle femmine più fatali del cinema e del teatro italiano e anche nella sua ultima fatica, Mariti e mogli (alla Pergola, di Firenze, fino al prossimo 2 gennaio), che sta portando, come regista e protagonista, per mano a spasso per l’Italia, nonostante l’insostenibile leggerezza della commedia all’americana di Woody Allen, la signora dei palcoscenici si prende la scena e, messa sotto il braccio, la porta con dignità fino alla conclusione. Il resto del cast, a onor del vero, non fa rievocare con la dovuta arguzia quello cinematografico, perché se Monica Guerritore non ha davvero nulla da invidiare alla collega Mia Farrow (anzi, è l’americana a non reggere il confronto), il resto degli attori, rispetto a quelli statunitensi che impreziosirono la pellicola del 1992, sì, e anche parecchio. La trasposizione teatrale è indovinata e la notte di tuoni e fulmini avvolge, tra nonsense e macabro romanticismo, la compagnia di amici e conoscenti che si ritrovano in una sala da ballo dalla quale non usciranno che all’indomani, con le ossa scricchiolanti, i cuori infranti e inaspettabili novità.

La trama è una di quelle consuete e consolidate, attorno alle quali Woody Allen ha costruito il suo inattaccabile totem: coppie in crisi di identità, alla spasmodica ricerca di nuove emozioni ormai sepolte dalle abitudini matrimoniali. Jack e Sally annunciano, sorridenti, la loro separazione, accolta con indifferenza e perfidia dal resto della comitiva, eccezion fatta che per Gabe e Judy, l'apparente inattaccabile coppia di amici veri, che ne rimangono profondamente scossi. La rappresentazione corre, senza intralci, lungo le conversazioni dei presenti: la coppia allegramente scoppiata; un’oca giuliva che parrebbe essere la causa scatenante della separazione; un modesto professore di lingua e scrittura che si lascia distrarre da una giovane aspirante; sua moglie, che riserva l’unica sorpresa del testo, un comprimario a caccia di avventure che ha comunque il merito di riuscire a sedurre entrambe le prime donne e un amico in attesa della moglie, che non sa come far trascorrere senza un briciolo di adrenalina l'arrivo della consorte. Bene. Esclusa Monica Guerritore, che primeggia per discrezione, fascino, duttilità, deambulazione, eleganza e una bellezza che sembra voler continuare a perseguitarla, gli altri chiamati a movimentare la scena non hanno né il suo peso, né la sua statura. Ad iniziare da Francesca Reggiani, con il diaframma ancorato alla tivvù delle ragazze e scorrendo in rassegna il resto della compagnia, che annovera Ferdinando Maddaloni e Cristian Giammarini (nel ruolo dei due mariti) e Enzo Curcurù, Lucilla Minnino, Malvina Reggiano e Angelo Zampieri. L’augurio è che a Monica Guerritore (lo scriviamo così, tanto per scrivere: non crederemmo a un suo simile risvolto umano nemmeno se dovesse accadere), regista della trasposizione teatrale, non succeda quello che capitò, a scene ultimate, a Woody Allen; subito dopo il film, infatti, l’attore statunitense ruppe il suo rapporto sentimentale con la collega Mia Farrow per legarsi sentimentalmente alla figlia di loro adottiva, Soon-Yi Previn, un grottesco, tristissimo e per molti versi deprecabile exploit.

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