FIRENZE. La velocità con la quale si muove, da qualche tempo, l’umanità tutta, almeno quella connessa alle piattaforme sociali, è tale e tanta che non consente riflessioni; si sopravvive, correndo a perdifiato, su una lamina affilatissima, sottesa tra due strapiombi: da una parte l'inferno, dall’altra, il paradiso. Difficilissimo restare a lungo in equilibrio; l’importante è cadere dalla parte dove ci si fa meno male. Con Il Principio di Archimede, la teoria supposta, non sembra avere molta relazione, ma Josep Maria Mirò, autore del testo, tradotto da Angelo Savelli (che firma la regia) e Josep Anton Codina e sul palco del Teatro di Rifredi fino al prossimo 25 febbraio, è intorno a questi pregiudizi e a queste violenze che sembra voler indagare. Il matematico siciliano, oltre duemila anni fa, quando postulò il proprio principio, così straordinario da prendere il suo nome, non voleva, probabilmente, relazionarsi con gli effetti collaterali di una società allo sbando, delegittimata, violentissima, ma è proprio intorno alla teoria che - ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido riceve una spinta verticale dal basso verso l'alto, uguale per intensità al peso del volume del fluido spostato - si muove lo spettacolo.

Una rappresentazione psicotica, ansiogena, introspettiva, pluriangolare, con veloci riavvolgimenti del nastro delle prospettive (l’accostamento cinematografico a Lola corre è inevitabile), un solo grande sospetto e un irreversibile verdetto. Con quattro protagonisti: due istruttori di nuoto (Giulio Maria Corso e Samuele Picchi), una direttrice di un centro sportivo (Monica Bauco) e un genitore (Riccardo Naldini) di uno dei ragazzi iscritti ai corsi di nuoto. Il palco è uno spogliatoio di una piscina e gli spettatori, non in sala, ma accomodati attorno al ring dei sospetti, sono, in realtà, i genitori di quei figli che stanno imparando a nuotare. Un’attenzione di uno degli istruttori nei confronti di un piccolo allievo giudicata anomala, innaturale e eccessiva dal racconto di una bambina scatena l’inferno, soprattutto perché poco più oltre, a soli venti minuti dalla piscina, due giorni prima, in una ludoteca, si è consumato l'ennesimo dramma di pedofilia, che ha scosso gli umori collettivi, surriscaldato le paure e aumentata, (ir)razionalmente, la voglia di giustizia sommaria. Teatralmente avvincente (il sospettato diventa sempre più colpevole; si indaga sulla sua vita privata, gli si chiedono i tagliandi delle revisioni eterosessuali), giornalisticamente ineccepibile (si raccontano i fatti e nessuno si permette di schierarsi), Il Principio di Archimede, rappresentato ovunque, meno che in Mozambico e alle Maldive, è un esemplare saggio (a)morale sulle paure, sui rimorsi, sulle frustrazioni e sulla necessità di individuare il malvagio sul quale scaricare i mali, tutti i mali, di una società che ha sistematicamente e inesorabilmente perso, strada facendo, la tenerezza e le regole della Comunità. Una società che esige, più che chiederci, onde evitare processi sommari e pubbliche lapidazioni, un alibi inattaccabile dietro il quale difendere, eventualmente, la nostra perversione, che tracima puntualmente, risucchiandoli, tutti quegli atteggiamenti con i quali, una volta, i più piccoli imparavano a diventare grandi. Una società – non era e non sembra voglia diventarlo - nella quale i grandi malvagi, ma quelli veri, accertati, non dovrebbero avere alcuna chance di interagire. E non solo con i più piccoli.

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