PRATO. L’idea non è affatto malvagia: il teatro nel teatro a presa diretta con il pubblico che viene investito da una pregevole messinscena, oliata a dovere, da un regista (Tindaro Granata) e una drammaturga (Mariangela Granelli) che si muovono su una scenografia che sorregge sistematicamente lo spettacolo chimicamente confusionario della storia, scusate, della leggenda di Ifigenia, alla quale succederà, nel caso specifico, di essere liberata. Ma dopo la virgola, che vuol dir ben altro; anzi, il contrario. Al Fabbricone di Prato (si replica stasera, alle 19,30 e domani, domenica 25 marzo, nel pomeriggio), Carmelo Rifici (l’erede di Luca Ronconi, almeno sullo scranno del Piccolo Teatro di Milano) e Angela Demattè portano in scena parecchi dubbi esistenziali sulla violenza di genere, la necessità di individuare un nemico, la decisione di sopprimerlo, quanto più teatralmente possibile, come soluzione, lasciandosi ispirare dalla tragedia della bellissima primogenita di Agamennone (Edoardo Ribatto) e Clitennestra (Giorgia Senesi), Ifigenia (Anahì Traversi) appunto, che viene immolata e sacrificata ad Artemide affinché il vento riprenda a soffiare sulle vele delle migliaia di condottieri greci bloccati in Aulide dalla vendicativa calma piatta che impedisce loro di salpare per andare ad assediare e sconfiggere Troya.

Al labirintico schema greco, che si avvale di un dedalo spesso inesplicabile di magie e controriti, le quattro mani dei registi hanno voluto aggiungere, irrobustendo il concetto moderno e contemporaneo che si annusa costantemente durante lo spettacolo, una serie di sontuose riflessioni attinte da teorie, tomi e principi attinti da altrettanti nobili pensatori a proposito della nefandezza della violenza. Con il risultato, frammentato da queste prove generali che sono lo spettacolo, di offrire un ventaglio spropositato di soluzioni, suggerite, in tempi ed epoche diverse, dai fronti religiosi e laici, occidentali e statunitensi, sacri e profani. La musica (Zeno Gabaglio), offerta dal vivo e mixata con accenni cinematografici, interfacciata allo schermo che giganteggia sulla scena, che offre, a sua volta, un movimentatissimo dietro le quinte abitato e sistematicamente documentato da una telecamera che fa parte del cast, alla pari di Giovanni Crippa, che veste gli abiti di Calcante, del vecchio saggio e di Platone, Vincenzo Giordano (Menelao), Igor Hrovat (Odisseo) e Catrina Carpio e Francesca Porrini che si alternano in Corifea e nell’ominide, sono, complessivamente, una fonte inesauribile di appunti, riferimenti organici e storiografici e una lezione, nascosta con parecchia malizia, di recitazione, nella quale Ronconi e i suoi seguaci sguazzano meravigliosamente. L’idea non è affatto malvagia, abbiamo subito tenuto a precisare e ci preme ribadirlo, soprattutto alla luce dell'assurdo, ma plebiscitario e salvifico, orgoglioso suicida di Ifigenia, anche se ripercorrendo le emozioni della rappresentazione, oltre che applaudire le singole performances e l’intero laboriosissimo tessuto connettivale che ne consente gli assoli, siamo restati un attimo perplessi: alla illogica nefandezza dell’odio, alla barbarie della guerra, alla tragicomica assurdità dei sacrifici non siamo riusciti ad aggiungere altro a quello abbiamo già da tempo metabolizzato.

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