FIRENZE. La storia del piccolissimo siriano Alan Kurdi finisce nel settembre del 2015, su una spiaggia di Bodrum, in Turchia. La sua prima foto, e forse unica, gliel’ha scattata Nilufer Demir, la reporter che lo ha ritratto a pancia in giù, con il viso nella battigia, morto. Da allora, quel bambino e quell’immagine sono state, contemporaneamente, un veicolo, mostruoso, indifferentemente usato dalle coscienze e dalla demagogia. Giuliano Scarpinato ha provato – riuscendoci meravigliosamente – a tessere la storia di quello che non è stato e che non potrà mai essere ma che sarebbe potuto, solo se al padre di Alan, Abdullah Kurdi, il suo piccolo non gli fosse sfuggito dalle braccia durante una tempesta a mare aperto su un’imbarcazione di fortuna durante la migrazione verso la speranza. La rappresentazione, Alan e il mare, con la quale, meglio, il Teatro Mila Pieralli di Scandicci la stagione non avrebbe potuto chiuderla, è un concentrato senza soste, nitido, chiaro, efficace, poetico oltre ogni ragionevole sopportazione e oltremodo eloquente del teatro/studio, del teatro/denuncia, del nuovo teatro, quello che non ha alcuna voglia di morire,

ma di resistere, rilanciando forte sul piatto delle offerte, che approfitta di ogni suo illustre precedente per dare vita a uno spettacolo che è, contemporaneamente ed esemplarmente, una lezione culturale a trecentosessanta gradi, che merita applausi e congratulazioni da ogni punto di vista lo si voglia analizzare. A iniziare dai due protagonisti, il marsalese Federico Brugnone (Abdullah) e il ballerino monopolitano Michele Digirolamo (Alan), che danzano al cospetto di una scenografia di rara suggestione, dove oltre ai meravigliosi abissi assassini, spesso trasformati in desktop di videogame, dove il padre e il figlio corrono all’impazzata verso l'arrivo a destinazione, la fine del gioco, acquistando vite, evitando mostri, riuscendo a impossessarsi di incolumità, compare anche la madre (Elena Aimone), che è già a Stoccolma, dove li aspetta, per (ri)cominciare. Si resta rapiti, attoniti, devastati, impotenti; si piange, perché siamo padri e madri, indifferentemente, genitori e stentiamo a immaginare cosa si possa sentire, per il resto della vita, se un giorno, di nostro figlio, in fuga con noi dalla disperazione destinazione normalità, ci resti solo lo zainetto della scuola e un giacchetto, quello che non si era chiuso davanti e che non è riuscito a lasciarcelo con noi. Una rappresentazione meravigliosa, incantevole, stupefacente, importante, doverosa, con la quale si ha voglia di restare in compagnia anche dopo, gelosi delle nostre emozioni, che gode di una premessa di qualche anno fa oltremodo incoraggiante, Fa’afafine, scritta dallo stesso Giuliano Scarpinato, e che installa, tanto nel teatro, quanto nelle coscienze, un altro indelebile tassello artistico, morale, umorale. Con un ritmo e una deambulazione insolite e una speranza, sussurrata, nei centri di accoglienza a quei gendarmi di frontiera che non possono certo immedesimarsi nella storia di ogni migrante, che il piccolo Alan si trovi, beato e divertito, tra le stelle, quelle che compongono infinitamente il cielo e che sono le stesse che colorano i fondali marini, con a fianco il suo cagnolino, sì, quello restato in Siria in attesa di mettersi in salvo su una nave riservata solo ai quadrupedi. È lì, fra le stelle, che Abdullah riesce a scorgerlo, la notte, tra Carri, Orse, Costellazioni, le stesse disegnate con le dita rivolte verso l’alto la notte della tragedia, la notte della resurrezione.

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