PISTOIA. Basta spostarsi di poco verso sud, verso nord, o verso est, che si entra nelle province di Lecce, Brindisi, o Taranto. Erchie è lì, muta e silente, che aspetta che qualcuno faccia il proprio dovere, che poi è la storia, necessaria e impellente, che tutti aspettano che accada. Stavolta, a rompere le abitudini, a sconquassare la falsa ritmica armonia del paese, le sue tragiche incontrovertibili leggende, c’ha pensato La sorella di Gesucristo, decidendo di vendicarsi in prima persona contro chi, la sera precedente, si è tolto lo sfizio di abusare di lei. La pellicola scorre veloce e inesorabile sulla campagna al limitare del Salento. Il regista conosce bene quella terra e la gente che la popola; ognuno si rispecchia nel proprio pseudonimo, nomignolo, scagnanome; anche quello è una sorta di destino. La campagna ingiallita dal sole, dalle disillusioni e dalla musica che arriva anche lì, quella dei meravigliosi anni ’80, osserva in silenzio tutto quello che succede sopra di lei, giorno dopo giorno. Il racconto, di questa naturale, comprensibile, giustificata. inarrestabile e inarrestata vendetta, è affidato alla scrittura e all’interpretazione di Oscar De Summa, che con questa opera chiude la propria trilogia aperta da Diari di Provincia e proseguita con Stasera sono in vena.

Il palcoscenico è a Pistoia, a Le Stanze, una nobile ex sala da ballo, con tutte le caratteristiche di un bordello d’élite, aperto per questa rara circostanza teatrale, in via Curtatone e Montanara, una delle vie del centro della città protetta dalla zona a traffico limitato. Fuori, però. Dentro, siamo al Sud, nel profondo Sud e davanti alla cinepresa, un crooner seminascosto e protetto dall’ombra degli oliveti anticipa gli step che si susseguiranno; sono tutte tattiche belliche, di vincitori e vinti, carnefici e vittime, strategie e contromosse, agguati, raid, appostamenti. La guerra in corso è quella della Sorella di Gesucristo contro il suo stupratore, ma anche contro i luoghi comuni, le dicerie, le abitudini che si tramandano rigorosamente di padre in figlio, di madre in figlia. A ritmi bellissimi, quelli scanditi da un dee jay che sogna di arrivare a Roma o a Milano, a scratchare, ma con la musica vera (Matteo Gozzi), quella scandita dalla voce di Sting dei Police, di Annie Lennox, degli Eurythmics, Mark Knopfler, dei Dire Straits, la colonna sonora, anfetaminica, della soldatessa del Sud, non il dub stordente tanto caro agli eroinomani, che si sono arresi, che si sono lasciati fottere dal sistema, che così li ha disarmati, resi vulnerabili, innocui. È un tripudio di voci, di sensazioni, che chiunque sia stato presente a quella cavalcata decisa e inarrestabile da un capo all’altro di Erchie può dire di aver sentito e visto. Anche i bambini e le bambine, che si identificano, inesorabilmente, in Gesucristo, in sua sorella e nel suo stupratore, quelli che hanno disegnato la coreografia (Massimo Pastore) della rappresentazione inscritta nel Pistoia Teatro Festival di una delle tante gemme di Armunia, del Festival Inequilibrio di Castiglioncello, spettatori inermi e inerti di due sacrifici inesorabili. Oscar De Summa è tutto questo insieme, ambulante di leggende, venditore al dettaglio, sobillatore alcolizzato, magistrale traduttore e cesellatore di smorfie, idiomi, atteggiamenti, abiti, pensieri, che si identifica completamente in tutti i personaggi che accompagnano Maria, la sorella di Gesucristo, dalla propria abitazione fino a quella del suo profanatore. Ce ne vuole, per arrivare, sotto il sole, in piena estate, a piedi, da un’estremità all’altra di Erchie, con i vestiti laceri, insanguinati, sporchi dello sperma indesiderato e seccato della sera precedente. Ma nella mano destra, la sorella di Gesucristo ha una pistola, carica di tutti e otto i colpi in canna, ricevuta in dote da un vecchio zio americano, custodita per decenni nell’ultimo cassetto del mobile della sala, con la promessa, giurata, di non guardarla nemmeno. All’inarrestabile e incompromissibile incedere di Maria fanno da contraltare la corrottissima arrendevolezza liturgica di suo fratello, dei fratelli sfasciacarrozze, dei clienti del barbiere, degli operai appesi alle impalcature, dei due carabinieri pronti solo a recitare il rosario delle circostanze estreme e illegali, di Teresa, l’amica del cuore di Maria, che glielo diceva di non provocare gli uomini, cazzo, che poi va a finire così, dei suoi adulatori, incapaci di corteggiarla, men che mai difenderla, di tutto il paese, che ha solo la possibilità – e non se la fa certo sfuggire -, di assistere a questa emozionante vendetta, questo inevitabile regolamento di conti, seguendo quel bellissimo giunco appassito da un quartiere di Erchie fino all’altra estremità del paese provando a capire, prima che le cose si materializzino, di cosa si tratti, ma per il solo gusto di assaporare gli accadimenti, non certo per cercare di capirli, deviarli, fermarli. Oscar De Summa si carica sulle spalle un intero paese, un’intera generazione e li porta, attraversando tutta la campagna, a piedi, fino dall’altra parte, dove passa la statale 106, quella coast to coast, dallo Ionio, all’Adriatico, con un’idea precisa in mente e con un progetto stretto tra le mani, anzi, nella mano destra, con tutti i colpi in canna.

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