PRATO. Chissà, a tournée terminata, dopo aver solcato l’Europa da Ovest a Est, cosa peserà di più, sulla bilancia dei contrappesi, se gli appalusi o i fischi. Certamente, Katie Mitchell e Alice Birch, regista e adattatrice di questa ulteriore trasposizione del romanzo di Marguerite Duras, La maladie de la mort, si fregano allegramente le mani, perché bene o male, per la gioia evangelica di San Pietro e quella laica di Napoleone, di questo traghettamento teatrale se ne sta parlando, e scrivendo, in abbondanza. Pensando a quello che abbiamo ricevuto, l’altra sera, al Fabbricone di Prato (si replica fino a venerdì 23 novembre, ore 20,45), crediamo di poterci porre, in elastica equidistanza, tanto dai fautori che dai detrattori. Lo schermo che sovrasta la scena è un privilegio cinematografico che riduce sensibilmente i decibel teatrali, difesi con onore, comunque, dai due protagonisti, Laetizia Dosch e Nick Fletcher, che parlano, seppur con il contagocce, in francese e traghettati con un filo di poetica seduzione fino alla comprensione immediata, senza letture, dalla cronista Jasmine Trinca, che ricorda, ai più attempati, la signora Longari il giovedì sera ai Telequiz.

Nel foglio di sala, la prima cosa che è, deontologicamente, scritta, è che si tratta di un libero adattamento e con questo si tagliano, non solo la testa ai tori, ma anche tutte le possibili querelle che stanno ravvivando l’intero emisfero critico ormai schiacciato dal dualismo dei falsi nuovi e dei veri vecchi. Il cortometraggio, lungo 38 minuti, che gli intellettuali dell’ultim’ora possono recuperare su Youtube in barba a quelli vecchi appartenenti al tragico e sadomasochistico zoccolo duro che popolava le sale d’essai negli anni ’80, dove il film fu proiettato, racconta un tormento sentimentale un po’ diverso da quello in scena sul palcoscenico, che ha contemporaneamente implementato e defraudato l’operazione agonizzante, caricando a dismisura il nudo e gli amplessi (che sono valsi il veto per i minorenni) e depotenziando una poesia che, seppur maledetta, sembrava voler emergere. In ballo ci sono 15.000 euro, trenta milioni delle vecchie lire, storicizzando e contestualizzando la rappresentazione, una somma di tutto rispetto se si pensa che è il salario percepito dalla prostituta Laetizia Dosch, che suscita più tenerezza che erotismo, per sole cinque notti trascorse al fianco di un uomo, Nick Fletcher, che altalena impotenza a omosessualità all’interno di una camera di un albergo sul mare, fuori stagione. La malattia della morte, però, intesa come impossibilità di redenzione e ricongiunzione tra le aspettative sensoriali, umorali, sentimentali maschili e femminili e che è quella che vuole essere rappresentata, arriva un po’ stanca e sballottata a destinazione, trascinandosi dietro, lungo una deriva pilotata e non ineludibile, una serie di luoghi comuni che popolano le menti borderline dei rapporti, figli e genitori dei sentimenti scanditi in questo terzo millennio dove tutto è ormai possibile, all’insegna della più alta e infima mortificazione della sensualità, senza limiti di decenza, moralità, buon gusto, a patto che si abbia la liquidità per poterlo comprare. Rileggere un manifesto di emancipazione culturale e sociale, prima che di femminismo, abbattendo selvaggiamente tutti quei paletti che dovrebbero restare comunque in piedi, tracciando una decadenza inesorabile, ma senza perdere di vista l’umanità che non può smettere di contraddistinguersi, è parsa un’opera più proiettata al successo spicciolo che un’accurata introspezione esistenziale. L’opera, però, vale il prezzo del biglietto, anche se scritto da noi, accreditati, fa un po’ sorridere.

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