FIRENZE. La smaterializzazione ha radici profonde, che arrivano fino alla mitologia. Oggi, chi crede di compiere un gesto nuovo immortalando l’immagine di se stesso dietro la sollecitazione dell’io che vorrebbe essere ma che non lo potrà mai, è soltanto un fedele soldatino di quello che è stato sentenziato, scritto e amorevolmente imposto nei secoli. Perché per piacersi veramente occorrerebbe lavorare, duramente, sulla nostra esistenza, che invece si realizza più facilmente e velocemente nelle apparenze, che diventano l’universale biglietto da visita con il quale credere di circumnavigare la Terra restando, goffamente, nel solito posto. L’illusione è altissima; il prezzo che si paga ancor più salato. Marta Bevilacqua e Leonardo Diana hanno preziosamente riassunto la spersonalizzazione millenaria dell’uomo con Narciso_Io, spettacolo del quale sono artefici totali, grazie anche alle luci di Fausto Bonvini, i costumi di Lucia Castellana e alla coproduzione di Compagnia Arearea e Versiliadanza, senza dimenticare il sostegno di Mibac Regione Toscana e e il Sistema regionale dello spettacolo.

Lo hanno proposto al Cantiere Florida di Firenze, un Teatro di (contro)informazione che non si arrende alle logiche e che continua a muoversi accanto alle tracce ufficiali, dove il pubblico ha potuto gustare i due step della rappresentazione: un primo di velata natura hip hop, dove i due mattatori hanno dato saggio di grazia e fisicità, ritmo e possanza, miste a bellezza e un secondo dove le movenze del primo hanno avuto la loro letale e irreversibile spiegazione, siparietto nel quale non si sono fatti mancare una massiccia e furiosa dose di autoironia circa le facoltà superiori ed extrasensoriali che gravitano, inesorabilmente, attorno all’universo della danza nuova. I corpi, i loro corpi, che si sono inseguiti famelicamente per tutta la rappresentazione e che sembravano essere sul punto di essere, da complici navigati, indifferentemente vittime e carnefici, non si sono mai toccati invece: l’amore, il sesso, la passione, lo sforzo erotico, seppur dispensatori di piacere, producono l’effetto collaterale della deformazione e farsi cogliere in fragranza di reato subito dopo essere stati felici potrebbe indurre a conclusioni fuorvianti. Meglio dunque restare integri e mostrare ai visitatori la preda che saremmo riusciti a conquistare, ma che abbiamo lasciato libera, men che di sottrarsi alla mercificazione estetica. Perché il prossimo è il nostro specchio ideale, a patto che risponda e corrisponda ai nostri dettami e che offra e ci offra quello di cui abbiamo bisogno. Succedeva così anche con Narciso ed Eco, del resto e così, la storia, ha continuato a inanellare questi prototipi umani, che hanno raggiunto l’apice e il culmine (solo temporanei; ne arriveranno presto altri, più sofisticati) nella totale disgregazione particellare, facendo in modo che ognuno di noi sia composto da milioni di monadi prese velocemente in prestito da altre proprio durante il loro sacrificio estetico. Perché l’importante è non affondare la lama nelle nostre paure, lasciare che si confondano con quelle prese in prestito da altri, che si dileguino dietro timori già a loro tempo irrisolti e che continuano a stagnare nell’inconsapevolezza; davanti allo specchio ci mettiamo quello che più ci piace, costi quel che costi.

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