PRATO. A Iole (la moglie, che lo sopporta, ma questo lo aggiungiamo noi) e a Andrea Camilleri, suo primo grande maestro. E a tutti noi, che ieri sera, al Magnolfi di Prato, abbiamo assistito al monologo/reading di Massimiliano Civica, Scampoli. Che almeno noi, non abbiamo capito di cosa si sia trattato, ma è stato oggettivamente piacevole; dunque, benvenuto. Sarebbe potuta essere una lezione di teatro, perché no; il 45enne regista reatino, che ha inanellato svariati Premi Ubu nel corso della sua folgorante carriera, ha titoli e curricula per farlo. Ma non è il caso di questa sera. Allora si è trattato di un ripasso aneddotico dei suoi innumerevoli contatti, reali, e non su facebook, che hanno allietato, illuminato e divertito i presenti. Nemmeno, siamo ancora lontani. Ma allora? Non lo sappiamo, ma se lo rifacesse, torneremmo a sentirlo, casomai in compagnia di Tommaso Chimenti Bencini, unico citato (sarà un onere o un onore, tra la selva di critici teatrali?), facendo sapere agli altri, al termine della serata, di essere suoi amici. La lectio magistralis ha debuttato con la dedica, speciale, a sua moglie Iole (nell’augurio che non si scriva con la J), che gli ha raccomandato di non esordire come poi ha fatto, citando il Pontefice.

Per poi passare attraverso i meandri, seppur con navigato disincanto, di ricordi, insegnamenti, lezioni e citazioni, tutte debitamente appuntate, in stampatello, quello con il quale ha riempito, negli anni, i suoi block notes, molti dei quali poi gettati velocemente per una semplice imperfezione, refuso, tutti ritenuti imperdonabili. La cosa che più ci ha interessato della serata, che esula, profondamente e letteralmente dal contesto nel quale si è realizzata e consumata, è stato il calore, umano, e lungi dall’essere teatrale, o culturale, per amplificarne il disprezzo falsamente intellettuale. Sì, certo: ha parlato di teatro e di alcuni suoi inevitabili e raccomandabili aspetti, Massimiliano Civica, buoni per lui, per chi dirige e per parecchi suoi allievi, per chi si fa dirigere, per i carnefici e le vittime, per i mafiosi e i loro sottoposti. Ha scandito le tre fasi, indispensabili, della nuova commedia: le immedesimazioni, i se (ipotetici, che necessitano di congiuntivo, imperfetto, aggiungiamo noi) e i limiti; ha massacrato le scuole di pensiero: quelle della parola e quelle del corpo, salvando, come àncora di salvezza, o ultima spes, il teatro, che resisterà a qualsiasi pensiero, dottrina, moda, perché il teatro, sapevatelo, va oltre, il teatro è già oltre, il teatro è sempre oltre. E in sala, oltre a noi, aspiranti critici ad avere l'onore di essere citati nella prossima lezione, c’erano anche e soprattutto attori (quelli del Teatro Sotterraneo in todo, freschi e increduli per il meritatissimo Premio Ubu ricevuto, in questi giorni, grazie al loro Overload), addetti ai lavori (Elisa Sirianni, del Funaro) e spettatori, che sono il pane, il sale, il companatico di ogni rappresentazione: il sogno e la sua realizzazione, il distico e l’epilogo, l’inizio e la fine. Perché teatro, almeno quello che crediamo intenda Massimiliano Civica, che è lo stesso, se fossero giuste le nostre intuizioni, che pensiamo noi, è quel momento unico e irripetibile, quel successo che è tale perché è successo, che non è accaduto prima e non accadrà poi. Più; quella cosa per la quale tutto il resto, fino a un attimo prima e un attimo prima che finisca, non conta, non c'è, non esiste. Ha iniziato con Camilleri e ha chiuso con Dante - anche se solo per giustificare l’innocente classifica delle femmine del liceo classico stilata da lui, Guido e Lapo da portare, a bordo del camper, nella Cava -, Massimiliano Civica, passando da Godot e da alcune stelle di Hollywood e consigliando il possesso, ma raccomandandone la non lettura, di alcuni saggi, pericolosi, deleteri, rischiosissimi, letali. E ha consigliato, ad aspiranti teatranti, a spettatori parcamente forbiti e a bambini normodotati, di studiare, che resta una delle poche panacee ancora consumabili per non lasciarsi lobotomizzare. Del tutto.

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