PRATO. La guerra la fanno gli uomini: padri, mariti, amanti e figli; le donne, madri, mogli, amanti e figlie, restano a casa, ad aspettare che tornino i maschi. Solo se vincitori, naturalmente. Quella tra Troiani e Greci, raccontata da Euripide e terminata, come si legge dagli abbecedari in poi, dopo dieci anni con la beffa del cavallo, tragico presagio della sola Cassandra (Manuela Mandracchia), lo è per antonomasia una guerra di uomini; anzi, di eroi, dei, per lo più. Ma Troiane, Frammenti di tragedia, in scena al Metastasio di Prato (si replica stasera, alle 19,30 e domani, domenica 31 marzo, alle 16,30), una delle tre opere della trilogia del Collettivo Mitipretese che ha contemplato anche altre visualizzazioni solo femminili, come Roma ore 11 e Festa di famiglia, racconta the day after della Troia in fiamme, devastata, saccheggiata e vilipesa dando voce e dolore solo alle donne, rinchiuse in uno spazio in attesa, come trofei di guerra, delle loro destinazioni: l’anziana Ecuba (Alvia Reale), sua nuora Andromaca (Corinna Lo Castro) e la femmina della discordia, del baratto, del tradimento, la bellissima Elena (Sandra Toffolatti, bellissima veramente),

che sono registe e interpreti di questa velocissima, ma intensa, rilettura, dalla parte della città in fiamme che gli storiografi, i leggendaristi e tutti quelli che hanno lasciato tracce e documenti dell’epico conflitto, hanno dimenticato, o preferito omettere. Sono prigioniere in attesa che i vincitori Greci, assassini dei loro padri e mariti, decidano a chi darle in premio. Sono recluse in un fortino, in una cella, in uno spazio irreale dal quale vedono i cadaveri dei loro uomini, i bambini in attesa di ennesimo e sacrilego sacrificio e le fiamme avvolgere ancora quel poco che resta di Troia, supportate, in compenso, nell’angosciosa e snervante attesa di chi saranno future schiave o mogli, da un macabro altare, che somiglia un magazzino degli indumenti di coloro destinate ai forni crematori, una sedia illuminata da un faro accecante, che ricorda il cono di luce che si riserva nei commissariati ai rei poco propensi alla confessione e una bacinella d’acqua, utile per ripulirsi dal piacere dei loro seviziatori, ma anche per provare ad annegare Elena. Il dolore è devastante, inconsolabile, immenso, come l’immedesimazione delle quattro mattatrici e la loro straordinaria bravura, in questo gioco alla sopravvivenza che si trasforma in un tragico epilogo al massacro, dove ognuna prova a dare un senso al proprio futuro: impazzendo, giurando vendetta, lasciandosi morire sulla terra che l’aveva nominata regina. Una rappresentazione eccellente, di un teatro antico con le movenze antiche che guarda orgogliosamente il futuro nel quale rivendica a ragione uno spazio, inoppugnabilmente ma ragionevolmente femminista, specie da quella ineludibile, incontestabile e tragica angolazione dell’atrocità maschile e maschista nei confronti dei destini dell’umanità, dove gli uomini sono, sempre, belve inferocite che si nutrono di sangue e morte degli avversari, che non risparmiano i loro figli, nemmeno quelli più piccoli, come Astianatte, temendo la loro futura vendetta e che, come immancabile e lussurioso trofeo, decidono di spillarsi i galloni dello stupro, violando le donne, vittime per la seconda volta, che incontrano nelle loro marce trionfali, con un gusto speciale e tribale se queste ultime sono state parti importanti dei loro nemici vinti. Una tragica, meravigliosa rivisitazione di conflitti e rapporti lontani, lontanissimi, che appartengono a epoche premillenarie, nemmeno contemplate dalla storia, ma solo dalle antologie, ma che la storia, quella studiata e quella che viviamo e subiamo quotidianamente, non ha ancora saputo cancellare. Unica nota dolente di uno spettacolo magnifico, il vecchio cane (Argo di Ulisse?), premessa ed epilogo decisamente evitabili.

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