PISTOIA. Certo, con un palcoscenico più grande, le confessioni, le pomiciate con la fidanzata occasionale, le trasformazioni in divinità nordica, avrebbero probabilmente avuto una resa migliore. Ma Walter Leonardi è difficilmente impressionabile; la sua comicità si adatta ai boschi e alle riviere e anche nella claustrofobica Segheria, a Pistoia, è riuscito a dispensare copiosamente la sua allegria paradossale. Il pubblico, quello degli aficionados alla scommessa degli Omini, i padroni di casa del covo teatrale di Sant’Agostino, era decisamente ben disposto, comunque: i fratelli Giulia e Luca Zacchini, Francesco Rotelli, Eleonora Spezi, Veronica Caggia (fotografa di circostanza, ma con tutti gli attributi) e altri personaggi velatamente  promiscui che bazzicano con continuità l’ambiente, si erano preventivamente preoccupati di mescere, agli spettatori, prima dell’esilarante monologo, qualche pozione magica di un modesto alcol venezuelano; le carote – appassite -, in compenso, almeno al nostro arrivo, non c’erano.

Ma anche senza improvvide somministrazioni sudamericane, Walter Leonardi, le risate, le avrebbe strappate comunque, con parecchia naturalezza. Perché è un bell’animale da palcoscenico, che fonde, conservando un’ottima originalità, tre grandi battitori liberi della comicità: Paolo Rossi, su tutti, ma anche un po’ Antonio Albanese e, a velocità meno supersoniche, Alessandro Bergonzoni. Con i primi due, poi, spartisce anche un background geografico; con il terzo, le affinità sono essenzialmente sintattiche. Lo spettacolo, seguito la sera immediatamente successiva a quello andato in scena, sempre in Segheria, con Paola Tintinelli (che per ottimizzare spese e costi, toltesi le vesti del portalettere Mario, si è messa alla consolle), si chiama A-men ed è un tormentone psicologico che il mattatore milanese porta in scena ormai da un lustro. Un uomo, e così sia, aggiungiamo noi, che vive, in tutta la sua tragicomicità, il male della propria generazione: la depressione. Che prova e lenire, con pessimi risultati, con sedute dall’analista, per poi tentare di abbracciare, come ultima spes, la consolazione religiosa. Ma anche al cospetto del divino, dell’imperscrutabile, del sovrannaturale, la guarigione tarda a venire. Dipende dalle inaccettabili condizioni poste dal Cattolicesimo e dall’Islam, comunque; come si può, seppur una volta alla settimana e per un’ora soltanto, seguire provare a indottrinarsi e uscire dal guado la mattina alle 7? E come si può, sempre per scrollarsi di dosso la letale apatia esistenziale, rinunciare a bere? Sacrilego, in entrambi i casi. Allora meglio farsi inghiottire, fino a scomparire, dal divano del salotto posto a perpendicolare al televisore, che più che un distributore di immagini, suoni, colori e notizie, diventa un totem nel quale annullarsi, tanto che la nostra compagna di ambizioni e progetti, preferirà proseguire il proprio viaggio con il vicino di casa. Un viaggio, senza ritorno, tra l’altro, nel quale non è così improbabile e farsesco riconoscersi; un racconto affidato a un menestrello navigato che dosa, con superbia, le strategiche variazioni timbriche, le oscenità profuse a mezza bocca, che individua, tra il pubblico, l’ala più esposta alle facezie e che riesce a fondere e confondere ricordi e memorie per nuovi spunti comici. Conservando una velocità da crociera che consente a chiunque di restare a bordo, divertirsi, senza dover fare i conti con fastidiosi effetti collaterali. Un ameno traghettatore di luoghi comuni, scarnificati dalla banalità e offerti con il piglio di chi riesce a barcamenarsi tra il serio e il faceto senza far capire, a chi lo ascolta, a quali delle due metà abbia deciso di appartenere.

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